Trionfo di “Andrea Chénier” di Umberto Giordano al Massimo “Bellini” di Catania

 
La recensione di Natalia Di Bartolo

“Andrea Chénier”, dramma storico in quattro atti su libretto di Luigi Illica, musica di Umberto Giordano (1867-1948), è andato in scena il 19 aprile 2007 al Teatro Massimo “V.Bellini” di Catania, ottendo un trionfale successo; il che, per un’Opera rappresentata in questi anni piuttosto bui, economicamente parlando, nel Teatro catanese, non è più cosa scontata ed usuale, come lo fu, per esempio, ai “tempi d’oro” degli anni ‘70.

L’ edizione dell’Opera, che torna al Bellini dopo nove anni, è stata piuttosto sofferta nella sua organizzazione e concretizzazione. Il cantante Andrea Bocelli avrebbe dovuto sostenere la parte del protagonista, ma, avendo dato forfait per motivi organizzativi e di calendario, è stato sostituito dal tenore siciliano Marcello Giordani. Il Giordani, nativo di Augusta (SR), si è dimostrato, quindi, il vero “perno” della serata musicale, conducendo agilmente con sé una splendida Martina Serafin nei panni di Maddalena di Coigny ed il validissimo Alberto Gazale nei panni del ribelle servitore rivoluzionario Carlo Gérard, nonché tutti gli altri interpreti.

La serata si è dimostrata di ottimo livello fin dalle prime battute.

Suggestive ed appositamente un po’ spoglie, le scene di Maurizio Balò, nel nuovo allestimento del Massimo Teatro Catanese hanno fatto da “contenitore”, abilmente illuminato da Carlo Saccomandi, alle azioni sceniche, curate dal regista Federico Tiezzi , ed alle voci dei tre interpreti, tre veri “gioielli” sonori, abbigliati in maniera consona e gradevole da Giovanna Buzzi.

Sul podio, il Maestro Concertatore e Direttore d’Orchestra Alun Francis, che ha guidato con piglio eroico l’Ottima Orchestra Stabile del Teatro, ma che, fra i pochi appunti da fare riguardo all’esecuzione musicale, “ergeva un “muro” un po’ troppo alto di volume sonoro tra gli interpreti ed il pubblico; il che, in alcuni punti ha, purtroppo, penalizzato l’espressività vocale dei protagonisti.

Nobile quanto basta, passionale al punto giusto, con un corpo vocale robusto e ben appoggiato, Marcello Giordani ha fatto dimenticare Bocelli al pubblico catanese che già lo conosceva, ma che ha ritrovato in lui la magnificenza vocale dei primi anni in cui il tenore aveva cantato al Bellini. Non si parla di molto tempo fa, ma, si sa, la carriera di una “voce” è variegata ed instabile, soggetta alla fisicità dello strumento e, quindi, imprevedibile. Una gioia, dunque, riascoltare il nostro Tenore, che ha adesso dimostra di nuovo tutti i mezzi per proseguire nella carriera internazionale già da tempo intrapresa. Scelta azzeccatissima di sostituzione, quindi e fiducia ben riposta da parte del Teatro in una voce potente, forte ma duttile ed espressiva, che merita e certamente otterrà ancora mille altri riconoscimenti.

Cosa dire della magnifica Martina Serafin? Bellissima a vedersi, innanzitutto, angelica e forte, com’è Maddalena: è entrata nel personaggio con la forza e la grazia dovute ed ha esaltato anche lei il troppo spesso compassato pubblico della platea e dei palchi del Bellini, ricevendo applausi a scena aperta e attestazioni di ammirazione ed elogio. Avrebbe meritato, dalle barcacce, pioggia di fiori ed almeno un mazzo offertole alla fine dello spettacolo, ma, si sa, inutile scendere in particolari di “etichetta” da proscenio. L’importante, per tutti, è stato avere una Maddalena che non ha dovuto lottare affatto per oscurare il ricordo della grande Anna Tomowa Syntow, che, nove anni fa, aveva ricoperto al Bellini lo stesso gravoso ruolo. La voce della Serafin limpida, sonora, perfettamente impostata e modulata, ha reso, insieme alla consumata perizia scenica, un personaggio Maddalena assolutamente irreprensibile: da riascoltare e rivedere.

Il Baritono Antonio Gazale ha anch’egli dato il meglio, lottando, come prima accennato, lui soprattutto, contro il quasi invalicabile “muro” dell’Orchestra. La sua voce, potente ed un po’ aspra, ma morbida nei punti giusti e ben curata anche nell’interpretazione, avrebbe avuto bisogno di maggiori cure da parte del Direttore Francis. Lodi anche a lui, comunque, che non ha sfigurato di fronte agli altri due protagonisti di altissima levatura artistica.

Apprezzabili tutti gli altri interpreti del primo cast: Contessa di Coigny: Patrizia Gentile; Bersi: Maria Nunzia Menna; Roucher: Alessandro Guerzoni; Mathieu: Alessandro Busi; Madelon: Milena Storti; Un incredibile: Mauro Buffoli; Fléville: Roberto Accurso; L’Abate: Enrico Facini; Schmidt e Dumas: Franco Sala; Il Maestro di casa: Gianvito Ribba; Fouquier-Tinville: Ezio Maria Tisi; e, questa volta, lodevole anche l’azione del Coro Stabile del “Bellini”, che, guidato da Tiziana Carlini, ha ricoperto efficacemente nell’Opera il ruolo non indifferente, sia vocale che scenico, ad esso riservato dall’autore.

L’”Andrea Chénier” è certamente l’opera più nota ed apprezzata di Umberto Giordano, compositore pugliese. Essa si rifà alle vicende storiche del poeta Andrea Chénier, protagonista e vittima della Rivoluzione Francese del 1789.

La prima rappresentazione dell’Opera avvenne il 28 marzo 1896 al Teatro alla Scala di Milano con enorme successo, nonostante sia l’editore Sonzogno (“Irrapresentabile”, disse) sia lo stesso Teatro alla Scala, fino alla vigilia, dubitarono fortemente del risultato.

Ed in effetti, anche allora, la fiducia in Giordano e nella sua Musica si dimostrò ben riposta: l’Opera è tutta un susseguirsi di meravigliose scene musicali, moderne sì, ma non collocabili, all’avviso di chi scrive, né fra il “verismo” (al quale, comunque, viene attribuita, come “genere”, per l’epoca) né fra le Opere d’avanguardia. Uno “strano” capolavoro musicale, insomma, apparentemente senza tempo e senza età.

Articolata magnificamente nel proprio svolgimento, l’Opera dispiega frasi musicali ed intermezzi sonori di rara bellezza armonica e, soprattutto, melodica. Essa assegna agli interpreti, che devono essere obbligatoriamente “bravissimi”, parti improbe per sonorità e lunghezza, richiedendo loro contemporanea, sbrigliata presenza scenica ed ininterrotta tensione vocale. Anche dei veri “cammei”, come quello della “vecchia Madelon”, che offre il nipote adolescente al Terrore della Rivoluzione, restano ineguagliati tesori musicali all’interno di questo capolavoro del melodramma italiano moderno. I duetti dei due protagonisti sono di ineguagliabile bellezza, gli assolo del baritono indimenticabili: caratteri e temi sembrano sbozzati con la potenza della scultura ed, insieme, misteriosamente cesellati con l’abilità tecnica del niello dell’incisore orafo.

Opera amatissima dal pubblico, che, da sempre, sa da sé “scegliere”, “isolare” e “giudicare” il bello ed il buono in musica e nella sua rappresentazione, “Andrea Chènier”, ha, ieri sera, quindi, almeno per questa volta, saziato la “sete di qualità” del pubblico catanese delle prime, algido, di solito, espertissimo e, spesso, ipercritico. I consensi, all’uscita, erano unanimi: molti ripetevano che da anni non si sentivano in teatro applausi come quelli che ieri sera hanno risuonato nella splendida sala dell’Architetto Carlo Sada. Il Teatro, tutto esaurito in ogni ordine di posti, ha risuonato di clamorose espressioni di apprezzamento e di stima per la qualità dello spettacolo, chiamando, alla fine, per oltre quattro volte gli interpreti al proscenio ed esprimendo loro il proprio apprezzamento non solo con gli applausi scroscianti e con le richieste di bis, ma anche con l’extraeuropeo (ma ormai pienamente adottato) battere ritmato delle suole sul parterre. E non è un caso se, a chi scrive, pare che le mura storiche del Teatro ne abbiano sorriso anch’esse di soddisfazione.

Voto: 
 
 
 
 
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