Euripide: “Eracle” furente al Teatro Greco di Siracusa

 
 
LE RECENSIONI

La recensione di Natalia Di Bartolo

-Due destini diversi per Eracle?- Legittima domanda di chi assista ad entrambe le tragedie in cartellone quest’anno per il XLIII Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa. Infatti, nelle due opere tragiche, si rilevano due origini, due mogli diverse, due finali che non combaciano per l’eroe, quindi due versioni del mito. Nell’Opera di Sofocle, “Trachinie”, infatti, Eracle, figlio di Zeus e di Alcmena, è sposato con Deianira ed ha un solo, giovane figlio; in quella di Euripide, “Eracle”, egli è figlio di Anfitrione e sposato con Megara ed ha tre figli giovinetti. Ma non ci sono due Eracle: il protagonista è sempre lo stesso. Ci si chiede, allora, anche come mai in “Trachinie” l’eroe, appena tornato dall’Ade, non impazzisca, ma, vittima straziata dell’inganno del chitone avvelenato dal sangue di Nesso donatogli amorevolmente dalla moglie, si faccia condurre sul monte ed ardere su un rogo; mentre in “Eracle”, colto da follia, uccida moglie e figli e, rinsavito, si rifugi poi ad Atene sotto la protezione di Teseo, che egli stesso aveva salvato proprio dagli Inferi.

Ed ecco il punto di contatto fra le due figure apparentemente diverse: il ritorno dall’Ade.
In entrambe le tragedie, Eracle non torna, come sempre dopo ciascuna delle proprie “fatiche”, vincente e trionfante, ma risale da quel luogo di morte e disperazione come “contaminato” dalla morte stessa e dalla follia che ad essa è legata, poiché la visione della morte non è mai, per nessuno, neppure per un eroe, capace d’infondere altro che angoscioso terrore e, a volte, conseguente pazzia.

Trovato il punto di contatto che unifica le due “facce” dello stesso protagonista, non si può, allora che apprezzare la magnifica abilità euripidea di “porgere” allo spettatore una storia truce e sanguinaria con l’ottica dell’arte immortale della Poesia Tragica greca.

Fondamentale, come sempre, la traduzione del testo greco di Euripide: il Prof. Giulio Guidorizzi ne è l’autore, quest’anno. Egli ha saputo coniugare la necessità di un linguaggio comprensibile per tutti alla trasposizione in prosa della poesia euripidea, pur abilmente inserendo versi metricamente corretti all’interno della prosa italiana, per far risaltare quel ritmo di ascolto che i versi hanno in sé e che scandisce soprattutto i momenti salienti della tragedia.

Mediatrice e mai giudicante, la figura del padre Anfitrione, in “Eracle” è il perno, la colonna portante della vicenda, colui che mai trascende, neanche di fronte alla follia del figlio e l’unico che da questa si salva. Un ottimo Ugo Pagliai ha dato vita al personaggio euripideo, con la dignitosa, abile arte del porgere declamando, ma senza urlare (microfoni facciali a parte, scelti dal regista per rendere udibili i dialoghi più intimi e meno declamati della tragedia), pur esaltandosi nel raccontare fatti orribili a vedersi e ad udirsi.

La brava Giovanna Di Rauso, Megara umanissima e tragica, è da segnalare per compostezza e dizione, poiché recitare al Teatro greco non è cosa da poco: lo stile, il fraseggio, le pause, sono uniche nella rappresentazione dell’antico testo greco.

Menzione particolare all’Eracle di Sebastiano Lo Monaco, che, a detta del regista, Luca De Fusco, si è piegato volentieri alle finezze della sua direzione artistica, rendendo un protagonista furente, ma credibile ed umanissimo.

Particolarmente importanti nell’economia della vicenda, oltre che il Messaggero di Luca Lazzareschi, ed il Teseo di Roberto Bisacco, l’Iride di Deli De Maio e soprattutto la Follia (Lissa), figlia della Notte, di Marianella Bargilli, che, secondo gli intendimenti della regia non è stata presentata come un mostro (così come nell’originale della tragedia), ma come una leggiadra fanciulla, vestita d’argento e danzante, capace di irretire un Eracle ormai destabilizzato e debole. Al contrario, la solitamente bella Iride ha avuto delle sembianze mostruose, ben confacentisi alla definizione del personaggio secondo gli intendimenti registici.
Apprezzabile anche il resto del cast, con il Lico di Massimo Reale ed i Corifei Antonio Zanoletti e Giuseppe Calcagno.

Le coreografie, curate da Alessandra Panzavolta, hanno giocato una parte importante nell’economia della vicenda, anche da parte del Coro, più musicale e danzante che declamante, che indossa una maschera in lattice ritraente il volto di Anfitrione-Pagliai, personaggio di riferimento quanto ad equilibrio nell’economia della vicenda.

Le scene assolutamente geometriche e metalliche di Antonio Fiorentino hanno contenuto uno snodarsi corretto e plausibile della vicenda, sottolineato dai costumi di Maurizio Millenotti con predominanza del nero e dell’uso di materiali moderni e sintetici, eccezion fatta, come sopra accennato, per l’argento di Follia e Teseo.

Anche le musiche modernissime di Antonio Di Pofi hanno reso il complesso dello spettacolo coerente e godibile.

Gran successo di pubblico e positiva accoglienza dalla critica. Fino al 24 giugno.

 

http://www.teatro.org/spettacoli/dettaglio_spettacolo.asp?id_spettacolo=7271&id_teatro=125#recens

 

 

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