Mese: giugno 2007

Tournée del Massimo di Palermo in Giappone

 
 
 
TOURNÉE DEL MASSIMO (PA) IN GIAPPONE: CAVALLERIA RUSTICANA – PAGLIACCI
 
La recensione di Natalia Di Bartolo

La tournée estiva del Teatro Massimo di Palermo nel giugno 2007 è la prima che viene organizzata ed allestita da teatro Siciliano dal 1972. Avvenimento da sottolineare, dunque, anche perché le due opere veriste “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni e “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo (rappresentate a Palermo con grande successo nell’aprile 2007, nell’ambito della scorsa stagione del Massimo) e la ripresa dei verdiani Vespri siciliani (dall’allestimento del 2004 di Ezio Frigerio e Franca Squarciapino per il Massimo) fanno parte di una importante manifestazione: la “Primavera Italiana in Giappone”. La tournée del Teatro Massimo in Oriente si svolge in collaborazione con il gruppo editoriale giapponese The Asahi Shimbun.

La valenza della manifestazione nel Paese del Sol Levante, è, quindi, davvero di portata internazionale e vale la pena di sottolineare che tale ripresa delle tournée del Massimo era auspicata ed attesa fin da troppo tempo, sia dal pubblico siciliano che da quello estero.
Oltre 210 dipendenti del Teatro, fra orchestra, coro, corpo di ballo, personale amministrativo, tecnico e maestranze, sono in tournée in Giappone.

L’Opera italiana in Oriente è letteralmente venerata. Moltissimi sono i giovani che intraprendono viaggi ed affrontano difficoltà immani di lingua e costumi per venire a studiare l’Opera direttamente in Italia. I giapponesi, in particolare, curiosi ed intraprendenti per natura, fanno del Melodramma italiano una specie di oggetto di culto, che non può che rendere orgogliosi gli ambasciatori di tale genere d’Arte teatrale nel loro Paese. Un tutto esaurito, quindi, sia a Tokio che ad Otsu, per i due, o meglio tre, allestimenti palermitani, già “collaudati” e di sicura presa sul pubblico.

Con Cavalleria Rusticana ed i Vespri Siciliani si è “portata” davvero la Sicilia in tournée in Giappone. Le due Opere non hanno “riferimenti” l’una con l’altra, se non l’ambientazione in Sicilia (per i Vespri addirittura a Palermo); ma tale ambientazione isolana non ha potuto che dar più “gusto” al pubblico orientale nell’attribuire un’identità agli spettacoli della tournée del Teatro siciliano.

Il 23 giugno hanno debuttato ad Otsu, bella località sul lago Biwa poco distante dalla antica capitale Kyoto, le due Opere cosiddette “veriste”: Cavalleria rusticana (su libretto di Giovanni Targioni–Tozzetti e Guido Menasci, dalla novella omonima di Giovanni Verga), musica di Pietro Mascagni; e Pagliacci, musica di Ruggero Leoncavallo (su libretto dello stesso compositore). Esse sono quasi coeve – la prima di Cavalleria ebbe luogo al Costanzi di Roma nel maggio 1890, mentre Pagliacci debuttò al Del Verme di Milano due anni dopo – ed entrambe ebbero subito uno straordinario successo, che decretò la fama dei rispettivi autori.

Le due opere, che la tradizione teatrale del Novecento ha affiancato quasi fossero un inscindibile binomio per motivi di “durata” ed epoca, erano mancate, insieme, da Palermo dal 1974; l’atto unico di Mascagni aveva avuto alcune successive riprese, ma non il dramma di Leoncavallo. Si ripete, dunque, per esse, oggi in Giappone, il grande successo della primavera scorsa a Palermo.

A poche ore dal debutto, ad Otsu, tutti pronti: l’orchestra, il coro e il corpo di ballo, il personale amministrativo, tecnico e tutte le maestranze del Teatro Massimo impegnati nella tournée in Giappone.

Grande la soddisfazione espressa da tutti i partecipanti alla tournée nei riguardi della moderna sala sul lago Biwa, la Biwako Hall, già del tutto “sold out” per la prima e per ogni altra replica.
“L’acustica è meravigliosa” – ha sottolineato il professore d’orchestra Roberto Lo Coco – “questa tournée sta servendo molto oltre che dal punto di vista professionale anche per rafforzare i contatti fra noi componenti del Teatro”.
“Il teatro è modernissimo” – ha aggiunto il direttore di scena Ludovico Rajata – “il supporto dei colleghi giapponesi è stato fondamentale e ci permette di portare in scena ogni giorno un’opera diversa; è importante riuscire a confrontarsi con mondi lavorativi tanto distanti dal nostro”.

Nei corridoi si alternano maestranze giunte da Palermo e tecnici giapponesi, parrucchieri e sarti pronti a collaborare con i palermitani. In più angoli dei grandi camerini tavoli con the e caffè per tutti, piccoli snack e prodotti alimentari tipici giapponesi che attirano la curiosità dei presenti.

L’allestimento, nuovo per il Massimo nella trascorsa stagione, è sforzo produttivo del Teatro palermitano; lo hanno caratterizzato le scene ed i costumi di Maurizio Balò (assistente alle scene Antonio Cavallo; assistente ai costumi Virginia Santini), le luci di Guido Levi e la regia di Lorenzo Mariani, direttore artistico del Teatro Massimo, in questa occasione impegnato sia sul fronte organizzativo sia su un piano interpretativo, per il quale è apprezzato a livello internazionale.

Sul podio il Maestro Maurizio Arena, alla guida dell’Orchestra del Massimo; fra gli interpreti, applauditissimi, di questa edizione “orientale” di “Cavalleria Rusticana”, Mariana Pentcheva (Santuzza), Francesco Anile (Turiddu), Alberto Mastromarino (Alfio). Protagonisti di “Pagliacci”, invece, altrettanto applauditi, Piero Giuliacci (Canio), Susanna Bianchini (Nedda) e Fabio Previati (Silvio). Ottimo anche il Coro del Teatro isolano.

Gremita all’inverosimile la Biwako Hall, da oltre 1600 spettatori; applausi lunghissimi e convinti hanno salutato e ringraziato gli artisti italiani, in un approccio all’Opera che è del tutto giapponese: il popolo giapponese ha magnifici teatri ma nessun Ente Lirico. Abili impresari si occupano di portare il meglio della Lirica mondiale in Giappone.

"E’ giusto salutare e ringraziare gli artisti a lungo per quello che hanno fatto; non è giusto, come si fa in Occidente, rivolgere loro d’applausi meno di quanto si usi qui in Giappone" asserisce convinto uno spettatore del Sol Levante; ovvero, specifica chi scrive, non meno di venti minuti di applausi continuativi alla fine dello spettacolo.

Le due Opere saranno poi rappresentate il 26 giugno, l’1 e 3 luglio a Tokyo, mentre "I Vespri siciliani", che debutteranno sempre ad Otsu il 24 giugno, andranno in scena a Tokio il 30 giugno ed il 2 luglio.

Conclusivo dell’applauditissima tournée in Giappone, il grande Concerto Sinfonico-Lirico, diretto da Stefano Ranzani, il 27 giugno, in un tripudio di suoni, canto ed applausi per l’intero “gruppo” del Teatro Massimo, ambasciatore in Oriente di Musica, Arte, grande Teatro e Tradizioni Italiane.

Voto: 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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TRACHINIE di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa

 
La recensione di Natalia Di Bartolo

Ascoltando e guardando l’attore Paolo Graziosi che, nella parte di Eracle sofferente, si lamenta per atroci dolori e parla con il figlio Illo (l’attore Diego Florio), stando adagiato su un letto che campeggia fin dall’inizio sul palcoscenico del Teatro Greco di Siracusa, non può che venire in mente quella specie di dicotomia che ha da sempre caratterizzato la Tragedia Tραχίνιαι, “Trachinie” , ovvero le donne di Trachis, in Tessaglia, di Sofocle, in scena quest’anno per il XLIII Ciclo di Rappresentazioni Classiche: il mai incontrarsi di Deianira (l’ottima Micaela Esdra), moglie di Eracle, col marito, nel corso della tragedia: quando Eracle soffre, Deianira è già morta, senza averlo rivisto.
Questo non indifferente dato di fatto, ha da sempre diviso gli studiosi nel dare più o meno valore artistico alla tarda Opera Sofoclea, risalente al 429 a.C., considerata “scissa” e, quindi, mancante di quell’unitarietà di svolgimento e contenuti che da sempre viene portata ad esempio della migliore produzione del grandissimo Tragediografo greco.

In realtà, l’unitarietà esiste ed ultimamente la tragedia in questione è in fase di studio da parte anche dei traduttori, che cercano di trarne ciò che di misterioso Sofocle vi abbia voluto celare, tirandosi addosso gli strali di una critica millenaria.

La traduzione di quest’anno, compiuta dal Prof. Salvatore Nicosia , Ordinario di Lingua e Letteratura Greca all’Università di Palermo, ha portato, per prima cosa, ad una chiarificazione dei termini più aulici e ad uno “scorrere” limpido e chiaro del testo, a tutto favore dello svolgimento e delle stasi dell’azione scenica.

Il regista Walter Pagliaro, direttore di “Trachinie” al Teatro Greco di Siracusa, ha intuito la profonda valenza che esiste tra marito e moglie che, pur protagonisti entrambi dell’opera, in questa non s’incontrano mai; fra un Eracle abbrutito ed umanamente sofferente ed una Deianira trasformata da Sofocle in donna greca esemplare per costumi e priva di quella gelosia morbosa e vendicativa che la Mitologia greca ci tramanda.

Quel letto di legno che troneggia sulla scena non sta lì a caso, ma è il “luogo deputato” alla vita ed alla morte, all’amore ed alla sofferenza, al concepimento ed al suicidio ed è il “trait d’union” che unifica l’azione scenica e ne trae ciò che un Sofocle ormai maturo vi aveva volutamente nascosto. Su quel letto Deianira si pugnala al fianco, suicidandosi; su quel letto viene adagiato Eracle morente, ma come se si trattasse di due storie diverse in un unico contesto: marito e moglie, volenti o nolenti, sono ormai estranei l’uno all’altra: ecco il vero perché dell’apparente dicotomia della tragedia. Ma essi restano pur sempre le due facce di una stessa medaglia: umani e lontani da eroismi e sacralità, entrambi muoiono; e che la morte di Eracle non abbia alcun connotato di innalzamento allo stato di deità, per lui, figlio di Zeus non è che la prima ed unica fondamentale sconfitta: Eracle perde proprio contro il nemico ultimo ed invincibile: la morte.

Splendido il racconto declamato dalla nutrice di Deianira (sulla scena l’attrice Deli De Maio), che Sofocle fa dell’atto mortale compiuto da Deianira sul talamo nuziale; il suo denudarsi un seno ed un fianco per attingere la morte quale fine di ogni male ed errore è quasi conturbante e, forse, vi si può leggere un ultimo, definitivo e distruttivo amplesso con Dioniso, dio dell’eros, che ella ha sempre portato in sé, inconsapevole.

E’ così che la carnalità rientra nella tragedia: Dioniso, dio non solo dell’eros, ma anche della rappresentazione e del teatro, in fondo, la fa da padrone e governa i fatti che il Fato ha disposto essere tutt’altro che eroici per entrambi i protagonisti.

Carnalità dionisiaca, nel trionfo della morte del corpo dei due protagonisti. E se pensiamo che i due personaggi di Eracle e Deianira, ai tempi di Sofocle venivano interpretati dallo stesso attore, anche i lunghi “stasimi” del Coro di donne trachinie, a cui la tragedia, non a caso, è intitolata, assumono una valenza, dichiarata addirittura nel testo greco, assolutamente dionisiaco-teatrale, lasciata intatta volutamente nella propria dilatazione a-temporale dal regista Pagliaro.

Lo stàsimo del coro ed il monologo della nutrice (in tutto lo spazio di 120-130 versi) tra la morte di Deianira e l’apparizione di Eracle morente, per esempio, servivano all’antico attore per cambiare il costume da donna e riapparire nei panni maschili di Eracle (le maschere usate allora nella tragedia consentivano ancora più agevolmente tale metamorfosi); oggi serve a trasportare lo spettatore in una dimensione “sospesa”, che lo faccia riflettere sull’accaduto e prefigurarsi il seguito. Non inutili, quindi, i tempi dilatati, anche in altri momenti della tragedia: sono proprio quelli sofoclei; ed averli rispettati va a merito del regista.

Ottima, quindi, la qualità dello spettacolo nel suo complesso; La già citata Micaela Esdra, da sempre attrice di lodevoli qualità, ha, nel tempo, acquistato piglio ed autorevolezza: la parte improba per lunghezza e difficoltà che Sofocle ha destinato alla protagonista, viene da lei trattata con l’autentica e corretta “declamazione” in italiano, ma con la finezza di un richiamo ritmico (consentito anche dalla traduzione da versi in versi) e di un’accentazione ritratta, sdrucciola, quasi doppia di molte parole, che all’orecchio attento dello spettatore diventano un palese richiamo alla declamazione in greco. Ciò rende particolarmente evocativo l’ascolto e non stanca, poiché non nuoce all’azione: anzi,le conferisce una connotazione gradevolmente aulica: la recitazione “parlata” sta pian piano “contagiando” ogni genere di teatro di prosa, a discapito di una tradizione teatrale dichiaratamente “tragica” che deve essere propria del Teatro greco, poiché ne esalta e definisce la singolare unicità. Qui, in "Trachinie", con Micaela Esdra-Deianira la ritroviamo tutta, con soddisfazione, esaltata dall’assenza di microfoni facciali, a tutto favore della magnifica acustica (quasi “ritrovata”, con questa rappresentazione ), del teatro di Siracusa.

Volutamene opposta, la resa del personaggio di Eracle da parte di Paolo Graziosi: l’eroe morente non ha nulla di aulico né, forse, neppure di così brutale, come gli si è voluto attribuire, ma pur sempre, nella sua tracimante, quasi plateale espressione di sofferenza fisica determina la connotazione “tragica” di un Eroe svilito e ridotto ad un ammasso di carne dilaniata; tale sofferenza, espressa teatralmente con toccante realismo, chiude un capitolo talmente terreno da rendere il nominare Zeus da parte dei protagonisti quasi un intercalare: gli dei, troppo lontani dai mortali per essere credibili, sono ormai entità astratte per un’umanità che si mostra, anche per quanto attiene al Coro, non solo greca, ma artisticamente universale, sia pur dotata di una connotazione anche autenticamente siciliana: nel III Stasimo, il Coro, infatti, recita e canta prima in italiano, poi in greco, ed infine in siciliano: intendimento registico, questo (come nella scelta dello stile del suddetto letto, l’“Ottocento siciliano”), che vuole rammentare quali siano, in fondo, le radici di un popolo come quello isolano, che ha la Magna Grecia ancora e per sempre nel proprio DNA caratteriale e di usanze.

Non si può tacere, nell’economia complessiva dello spettacolo, dell’apporto del Lica di Luca Lazzareschi e dello straordinario Messaggero di Massimo Reale; nonchè di tutti gli altri attori. Cast di altissimo livello complessivo, quindi, nell’adeguato contesto scenografico e costumistico creato da Giovanni Carluccio.

Dice lo scenografo: -Luogo, realtà, tempo, queste sono le parole che hanno guidato la progettazione della scena e dei costumi delle Trachinie: ho cercato di descrivere un paesaggio dove convivono, nella realtà del sole che tramonta, il pubblico e il tempo di Deianira: un tempo che affiora dall’acqua e dalla cenere e che, corrodendo il presente, porta la tragedia al suo compimento.-
Indovinate, quindi, sono le scene, che anch’esse non hanno nulla che richiami il divino, arse, cineree, invase da acqua putrida e da carcasse.

Altrettanto interessanti ed appropriate le musiche di Francesco Annecchino: – Una musica esalata dal coro … che vive attraverso un oboe/corno inglese e due flauti, dal vivo, e una esalata dalle macerie dello spazio … registrata con l’utilizzo di un piccolo organico da camera, quasi a riprodurre il suono dello spazio scenico.-

Magnifico, complesso e raffinatissimo spettacolo, dunque, queste “Trachinie” della Stagione 2007: esso riesce a sviscerare un contenuto teatrale ed artistico sicuramente non facile a rendersi ed a porgerlo, con naturalezza e massima chiarezza, al pubblico variegato che affolla il Teatro Greco di Siracusa e s’attende tragedia: tragedia gli si porge, grande, eterna, umanissima.

Assolutamente da non perdere, fino al 23 giugno.

 

   

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