TRACHINIE di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa

 
La recensione di Natalia Di Bartolo

Ascoltando e guardando l’attore Paolo Graziosi che, nella parte di Eracle sofferente, si lamenta per atroci dolori e parla con il figlio Illo (l’attore Diego Florio), stando adagiato su un letto che campeggia fin dall’inizio sul palcoscenico del Teatro Greco di Siracusa, non può che venire in mente quella specie di dicotomia che ha da sempre caratterizzato la Tragedia Tραχίνιαι, “Trachinie” , ovvero le donne di Trachis, in Tessaglia, di Sofocle, in scena quest’anno per il XLIII Ciclo di Rappresentazioni Classiche: il mai incontrarsi di Deianira (l’ottima Micaela Esdra), moglie di Eracle, col marito, nel corso della tragedia: quando Eracle soffre, Deianira è già morta, senza averlo rivisto.
Questo non indifferente dato di fatto, ha da sempre diviso gli studiosi nel dare più o meno valore artistico alla tarda Opera Sofoclea, risalente al 429 a.C., considerata “scissa” e, quindi, mancante di quell’unitarietà di svolgimento e contenuti che da sempre viene portata ad esempio della migliore produzione del grandissimo Tragediografo greco.

In realtà, l’unitarietà esiste ed ultimamente la tragedia in questione è in fase di studio da parte anche dei traduttori, che cercano di trarne ciò che di misterioso Sofocle vi abbia voluto celare, tirandosi addosso gli strali di una critica millenaria.

La traduzione di quest’anno, compiuta dal Prof. Salvatore Nicosia , Ordinario di Lingua e Letteratura Greca all’Università di Palermo, ha portato, per prima cosa, ad una chiarificazione dei termini più aulici e ad uno “scorrere” limpido e chiaro del testo, a tutto favore dello svolgimento e delle stasi dell’azione scenica.

Il regista Walter Pagliaro, direttore di “Trachinie” al Teatro Greco di Siracusa, ha intuito la profonda valenza che esiste tra marito e moglie che, pur protagonisti entrambi dell’opera, in questa non s’incontrano mai; fra un Eracle abbrutito ed umanamente sofferente ed una Deianira trasformata da Sofocle in donna greca esemplare per costumi e priva di quella gelosia morbosa e vendicativa che la Mitologia greca ci tramanda.

Quel letto di legno che troneggia sulla scena non sta lì a caso, ma è il “luogo deputato” alla vita ed alla morte, all’amore ed alla sofferenza, al concepimento ed al suicidio ed è il “trait d’union” che unifica l’azione scenica e ne trae ciò che un Sofocle ormai maturo vi aveva volutamente nascosto. Su quel letto Deianira si pugnala al fianco, suicidandosi; su quel letto viene adagiato Eracle morente, ma come se si trattasse di due storie diverse in un unico contesto: marito e moglie, volenti o nolenti, sono ormai estranei l’uno all’altra: ecco il vero perché dell’apparente dicotomia della tragedia. Ma essi restano pur sempre le due facce di una stessa medaglia: umani e lontani da eroismi e sacralità, entrambi muoiono; e che la morte di Eracle non abbia alcun connotato di innalzamento allo stato di deità, per lui, figlio di Zeus non è che la prima ed unica fondamentale sconfitta: Eracle perde proprio contro il nemico ultimo ed invincibile: la morte.

Splendido il racconto declamato dalla nutrice di Deianira (sulla scena l’attrice Deli De Maio), che Sofocle fa dell’atto mortale compiuto da Deianira sul talamo nuziale; il suo denudarsi un seno ed un fianco per attingere la morte quale fine di ogni male ed errore è quasi conturbante e, forse, vi si può leggere un ultimo, definitivo e distruttivo amplesso con Dioniso, dio dell’eros, che ella ha sempre portato in sé, inconsapevole.

E’ così che la carnalità rientra nella tragedia: Dioniso, dio non solo dell’eros, ma anche della rappresentazione e del teatro, in fondo, la fa da padrone e governa i fatti che il Fato ha disposto essere tutt’altro che eroici per entrambi i protagonisti.

Carnalità dionisiaca, nel trionfo della morte del corpo dei due protagonisti. E se pensiamo che i due personaggi di Eracle e Deianira, ai tempi di Sofocle venivano interpretati dallo stesso attore, anche i lunghi “stasimi” del Coro di donne trachinie, a cui la tragedia, non a caso, è intitolata, assumono una valenza, dichiarata addirittura nel testo greco, assolutamente dionisiaco-teatrale, lasciata intatta volutamente nella propria dilatazione a-temporale dal regista Pagliaro.

Lo stàsimo del coro ed il monologo della nutrice (in tutto lo spazio di 120-130 versi) tra la morte di Deianira e l’apparizione di Eracle morente, per esempio, servivano all’antico attore per cambiare il costume da donna e riapparire nei panni maschili di Eracle (le maschere usate allora nella tragedia consentivano ancora più agevolmente tale metamorfosi); oggi serve a trasportare lo spettatore in una dimensione “sospesa”, che lo faccia riflettere sull’accaduto e prefigurarsi il seguito. Non inutili, quindi, i tempi dilatati, anche in altri momenti della tragedia: sono proprio quelli sofoclei; ed averli rispettati va a merito del regista.

Ottima, quindi, la qualità dello spettacolo nel suo complesso; La già citata Micaela Esdra, da sempre attrice di lodevoli qualità, ha, nel tempo, acquistato piglio ed autorevolezza: la parte improba per lunghezza e difficoltà che Sofocle ha destinato alla protagonista, viene da lei trattata con l’autentica e corretta “declamazione” in italiano, ma con la finezza di un richiamo ritmico (consentito anche dalla traduzione da versi in versi) e di un’accentazione ritratta, sdrucciola, quasi doppia di molte parole, che all’orecchio attento dello spettatore diventano un palese richiamo alla declamazione in greco. Ciò rende particolarmente evocativo l’ascolto e non stanca, poiché non nuoce all’azione: anzi,le conferisce una connotazione gradevolmente aulica: la recitazione “parlata” sta pian piano “contagiando” ogni genere di teatro di prosa, a discapito di una tradizione teatrale dichiaratamente “tragica” che deve essere propria del Teatro greco, poiché ne esalta e definisce la singolare unicità. Qui, in "Trachinie", con Micaela Esdra-Deianira la ritroviamo tutta, con soddisfazione, esaltata dall’assenza di microfoni facciali, a tutto favore della magnifica acustica (quasi “ritrovata”, con questa rappresentazione ), del teatro di Siracusa.

Volutamene opposta, la resa del personaggio di Eracle da parte di Paolo Graziosi: l’eroe morente non ha nulla di aulico né, forse, neppure di così brutale, come gli si è voluto attribuire, ma pur sempre, nella sua tracimante, quasi plateale espressione di sofferenza fisica determina la connotazione “tragica” di un Eroe svilito e ridotto ad un ammasso di carne dilaniata; tale sofferenza, espressa teatralmente con toccante realismo, chiude un capitolo talmente terreno da rendere il nominare Zeus da parte dei protagonisti quasi un intercalare: gli dei, troppo lontani dai mortali per essere credibili, sono ormai entità astratte per un’umanità che si mostra, anche per quanto attiene al Coro, non solo greca, ma artisticamente universale, sia pur dotata di una connotazione anche autenticamente siciliana: nel III Stasimo, il Coro, infatti, recita e canta prima in italiano, poi in greco, ed infine in siciliano: intendimento registico, questo (come nella scelta dello stile del suddetto letto, l’“Ottocento siciliano”), che vuole rammentare quali siano, in fondo, le radici di un popolo come quello isolano, che ha la Magna Grecia ancora e per sempre nel proprio DNA caratteriale e di usanze.

Non si può tacere, nell’economia complessiva dello spettacolo, dell’apporto del Lica di Luca Lazzareschi e dello straordinario Messaggero di Massimo Reale; nonchè di tutti gli altri attori. Cast di altissimo livello complessivo, quindi, nell’adeguato contesto scenografico e costumistico creato da Giovanni Carluccio.

Dice lo scenografo: -Luogo, realtà, tempo, queste sono le parole che hanno guidato la progettazione della scena e dei costumi delle Trachinie: ho cercato di descrivere un paesaggio dove convivono, nella realtà del sole che tramonta, il pubblico e il tempo di Deianira: un tempo che affiora dall’acqua e dalla cenere e che, corrodendo il presente, porta la tragedia al suo compimento.-
Indovinate, quindi, sono le scene, che anch’esse non hanno nulla che richiami il divino, arse, cineree, invase da acqua putrida e da carcasse.

Altrettanto interessanti ed appropriate le musiche di Francesco Annecchino: – Una musica esalata dal coro … che vive attraverso un oboe/corno inglese e due flauti, dal vivo, e una esalata dalle macerie dello spazio … registrata con l’utilizzo di un piccolo organico da camera, quasi a riprodurre il suono dello spazio scenico.-

Magnifico, complesso e raffinatissimo spettacolo, dunque, queste “Trachinie” della Stagione 2007: esso riesce a sviscerare un contenuto teatrale ed artistico sicuramente non facile a rendersi ed a porgerlo, con naturalezza e massima chiarezza, al pubblico variegato che affolla il Teatro Greco di Siracusa e s’attende tragedia: tragedia gli si porge, grande, eterna, umanissima.

Assolutamente da non perdere, fino al 23 giugno.

 

   

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http://www.teatro.org/spettacoli/dettaglio_spettacolo.asp?id_spettacolo=7269&id_teatro=125

 


 

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