NABUCCO di G. Verdi all’Arena di Verona, Festival 2007

 
La recensione di Natalia Di Bartolo

“Nabucco” di Giuseppe Verdi, quest’anno, all’Arena di Verona, per il Festival 2007, insieme alla tradizionale “Aida”, a “La Traviata”, a “La Bohéme” ed a “Il Barbiere di Siviglia”.

L’atmosfera areniana è sempre la stessa: si ritrova negli anni, piacevolmente, e si rinnova, sia pur nell’ordine scandito, anche sulle gradinate, dai posti numerati.

Splendida serata di agosto, il 3 u.s., nella città di Romeo e Giulietta, pioggia scongiurata senza problemi, temperatura moderata. La solita fila interminabile per l’ingresso alle gradinate non numerate, ma affluenza di pubblico non eccessivamente pressante.

Prima dell’inizio dello spettacolo, la consegna del 23° Premio “Giovanni Zenatello”, quest’anno andato al tenore Marcelo Alvarez per il suo Cavaradossi dell’anno scorso; il secondo premio, destinato al miglior debuttante all’Arena non è stato assegnato, ma in compenso un premio Speciale è andato a Daniel Oren, presente in teatro anche perché direttore dell’Opera che stava per andare in scena.

Dopo la sobria cerimonia di premiazione, la Sinfonia del Melodramma verdiano ha subito creato, con l’ausilio immancabile di qualche candelina accesa (poche in verità), quella “bolla” d’atmosfera rarefatta ed attenzione che caratterizza gli spettacoli dell’Arena, sia pure nella confusione quasi babelica (e col Nabucco ci sta tutta!) di lingue ed esigenze individuali per combattere il caldo e la lunga attesa, tipica del pubblico composito che gremisce le gradinate ed il parterre.

L’orchestra areniana, in gran forma, ha seguito il Maestro Oren con estrema attenzione, colmando, nel corso della rappresentazione, qualche lacuna di “tempo” che si veniva a creare tra interpreti ed accompagnamento, probabilmente dovuta all’alternanza dei cast, nonché alla “mano”, a volte piuttosto “libera” del Direttore stesso, quanto a tempi ed immancabili salti spiccati sul podio: Oren non cambia.

Il cast era di buona levatura, con in testa Leo Nucci, un Nabucco ancora sorprendente per vocalità e sonorità qualitativamente ottime, nonostante la “leggerezza” originaria della voce, ormai da tempo plasmata perfettamente e definitivamente per interpretare i “pesanti” ruoli verdiani.

Spettacolare un Silvano Carroli capace di “riciclarsi” nel ruolo del basso Zaccaria, sommo Sacerdote ebraico. Una sorpresa per chi scrive, a dire il vero, che ancora lo ricordava incisivo Scarpia in una “Tosca”, sempre all’Arena, di qualche anno fa. Il celebre baritono cantava, quindi, da basso, con una certa malcelata disinvoltura, un ruolo ostico nei gravi e questo provocava gradimento nel vasto pubblico che, nell’applaudirlo, lo chiamava spesso a gran voce.

Curiosità attorno all’Abigaille di Susan Neves, che all’apparire in scena suscitava speranze di gran qualità vocale. Invece, la cantante ha dato molto all’inizio, ma è andata “appannandosi” man mano che il ruolo pretendeva incalzante vocalità. Un colore molto bello, brunito, caratterizzava la sua voce, ma il controllo dell’emissione era modesto e l’impeto della cabaletta “Salgo già del trono aurato” si era già appiattito nel cantabile che la precede, con dei “pianissimo” che si erano “spezzati” più volte. Un vero peccato, perché il Soprano, di considerevole stazza sia fisica che vocale, siamo certi, può dare molto di più.

Corretto, ma senza particolari “voli” il resto del cast con Valter Borin-Ismaele, Nina Surguladze-Fenena, Carlo Striuli-il gran sacerdote di Belo, Carlo Bosi-Abdallo, Patrizia Cigna-Anna.

Una menzione speciale al Coro, diretto da Marco Faelli, che si è dimostrato anch’esso corretto e “presente” e che ha eseguito anche l’immancabile bis del “Va’ pensiero”.

Sobrie (del resto non previste nell’Opera) le coreografie di Maria Grazia Garofoli con il Corpo di Ballo dell’Arena di Verona, altrettanto sobri i costumi di Denis Krief, autore anche delle scene e della regia. E qui occorre, allora, sottolineare, intanto, la particolarità della scenografia: un misto tra il “Futuristico” di boldiniana memoria, caratterizzato da una bassa torre dorata nella “zona” destra del potere di Nabucco e dei suoi, e la “Bauhaus” di un doppio “tempio-gabbia”, destinato agli ebrei, con annesso “crollo” rovinoso (ed alquanto polveroso) al primo atto dei libri sacri, veri e propri “mattoni” del Tempio di Gerusalemme. Gran ruolo, ovviamente, hanno giocato le luci di Paolo Mazzon, che sono alla fine riuscite a dare un senso di “continuità” e coerenza alla scena.

Quanto alla regia, sempre del Krief, il richiamo al regime nazista, accostato all’imperialismo di Nabucco (perfino nel passo dell’oca usato dalle sue truppe in scena), era lampante, ma, dimostrandosi niente affatto necessario, non risultava né particolarmente calzante, né coinvolgente.
La regia del Krief, in definitiva, sia pur facendo egli entrare in scena Nabucco a cavallo, provocando i suddetti crolli e facendo inerpicare pericolosamente il coro dentro le succitate “gabbie”, non ha provocato particolari emozioni e tutto lo spettacolo ha dato, purtroppo, quel senso di “routine” che è capace di appiattire qualsiasi produzione, in qualsiasi occasione, cast e luogo, Arena compresa.

Un “Nabucco” dal quale ci si aspettava moltissimo, quindi, ma che, sia pur nell’alta qualità complessiva mantenuta, ha “inciampato” nella consuetudine ormai inveterata della ricerca, spesso malriuscita, dello “spettacolo” a tutti i costi, a discapito della resa complessiva della messa in scena, che andrebbe ugualmente curata in ogni replica, invece di abbandonarla nelle mani, sia pur esperte, di Direttore e cantanti, i quali, umanamente, all’ennesima replica sono, di solito, così com’è avvenuto col presente Nabucco, ormai stanchi e demotivati.

Però, l’Arena è pur sempre l’Arena…

[Visto a Verona il 3 agosto 2007]

Voto: StellaStellaStella
 
 
 
 
 

 

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