Mese: novembre 2007

L’ESTREMO TIZIANO

Republik MagazineArte

Scritto da Natalia Di Bartolo   

sabato 17 novembre 2007

 
 
T
iziano Vecellio (Pieve di Cadore, circa 1490 – Venezia, 27 agosto 1576): anche solo il nome evoca splendenti tele e colori smaglianti. Ma si dovrebbe tener conto anche di “un altro Tiziano”, che non è il più conosciuto, cioè non quello del “L’ Amor sacro e l’Amor profano” o della “Venere di Urbino”, ma il Tiziano degli ultimi anni, vecchissimo e teso ad una ricerca che va molto oltre la "bella maniera" degli anni d’oro.
 
Primo indizio di queste tendenze nell’opera dell’Artista è il Ritratto di Pietro Aretino (a destra), conservato nel Palazzo Pitti. E’ nota l’amicizia fra i due, che pare si sia incrinata proprio a causa di questo ritratto, che all’effigiato pareva eseguito in fretta e furia: Tiziano invecchiava, la sua concezione pittorica, sia dal punto di vista teorico, che da quello tecnico, cambiava, sembrava involversi, anziché evolversi. 

PietroAretinoTitian

 
"Lo scorticamento di Marsia" è un altro un dipinto dell’ estremo Tiziano, uno dei più straordinari.
 
marsyaTiziano
 
Esso rappresenta l’ epilogo della nota sfida musicale tra Apollo e Marsia, che viene punito nel modo atroce citato nel titolo per aver osato sfidare il dio.
 
Conservato a Kromeriz,una cittadina della Repubblica Ceca, il cromatismo di questo dipinto, come degli altri dell’ultimo periodo della vita dell’artista (dipinti “estremi” perché vi si percepisce quasi la tensione verso un Oltre che è sia artistico sia spirituale, il venir meno delle forze nell’ appressarsi alla morte e nel crollo delle certezze) è come cera liquefatta, se ne avvertono corposità ed incandescenza, sembra di vederlo gocciolare dalla tela, come il sangue di Marsia.
 
Necessiterebbero immagini a luce radente per rendersene conto. Il pensieroso Re Mida, probabile autoritratto di Tiziano, sembra meditare sul destino impietoso del satiro (e, per estensione, dell’ uomo) vittima del capriccio della divinità.
A questo stesso periodo di oscura, fremente sofferenza artistica e di pensiero, appartiene anche la forse troppo poco conosciuta “Pietà”, conservata nelle Gallerie dell’Accademia a Venezia.
 
pieta
 
Tale dipinto attira a sé con la forza misteriosa dell’inconsueto e del capolavoro.
 
E’ “strano” in tutto e per tutto: dalla struttura compositiva ai colori, anzi, ai "non colori"; è veramente "livido". C’è proprio da chiedersi cosa passasse nella mente di un grande pittore come Tiziano, per arrivare a dipingere in quel modo. Esteticamente parlando (per "estetica" s’intenda il gusto comune) pare davvero un quadro decisamente “brutto”, perfino sproporzionato. Quelle figure così piccole, in basso…e quell’architettura così invadente, incombente su di loro in altezza e proporzioni. E poi, la pennellata:  decisamente inconsueta, scaturita da cotanta mano; è data a tocchi, a guizzi.
E’ scuro, il colore, impastato, "sporco" rispetto ai passati splendori.  Per colore "sporco" chi scrive generalmente intende quello che, magari mescolato da un inesperto pittore, non risulti brillante alla fusione, che diventi "fangoso": bene, non si può arrivare che alla conclusione che quel "colore non colore" sia proprio il filo conduttore del dipinto, creato apposta in quel modo, con una tavolozza fatta esclusivamente di terre brune e gialle, di verdi e rossi, in accostamenti e fusioni tutt’altro che luminose e gradevoli.
 
E poi “l’effetto” generale dell’Opera è sconvolgente:  tutto, in quel dipinto pare essere inconsistente, sgretolarsi e venir giù dalla tela, abiti dei personaggi compresi. Anche le statue suscitano stupore:  Mosè a sinistra e la figura femminile con la Croce, a destra (potrebbe essere S. Elena) hanno un aspetto altezzoso, da eroi pagani e sembrano doversi sbriciolare da un momento all’altro, seppellendo quel po’ di vita che ancora sembra pulsare in quei personaggi che vengono fuori dalla tela spaesati, incerti, sopraffatti dall’impianto stesso della composizione.
La Madonna sta lì con Gesù in braccio con l’espressione di chi voglia dire: "Eccolo: mio figlio è qui, morto! Me l’hanno ucciso! Ma non importa a nessuno!"; la Maddalena chiama qualcuno, ha uno scatto di movimento, ma resta come impietrita: nessuno le risponde? Il putto a terra raccoglie in un sacchetto di stoffa bianca non si sa bene cosa, forse qualche reliquia; ma lo fa furtivamente, come se temesse di essere scoperto dagli stessi protagonisti della tragedia (un guizzo del Tiziano contro l’avidità della Chiesa terrena?).
Non serve a nulla al puttino in volo cercare d’illuminare qualcosa con quel lungo cero. E poi, che luce proietta? Non è lui che illumina: anzi, quel cero non emette luce per nulla, non crea alcuna ombra propria: la luce principale pare venire dall’aureola di Cristo ed è una luce radente, che inganna chi guarda. 
 
Quanto all’impianto compositivo, è decisamente "assurdo", rispetto alla consuetudine, anche del Tiziano stesso; è realizzato, in definitiva, sconvolgendo una simmetria di sfondo architettonico verticale con una trasversale che passa sopra la testa delle figure ed è tangente, a sua volta, un cerchio, costituito per la metà dalla piccola abside affrescata in alto. Il cero del putto, allora, assume anche un significato compositivo: serve a "bilanciare" la scena che sennò tenderebbe tutta a sinistra. Abilissima trovata, ovviamente; ma quel che conta in una composizione sono le direttrici che portano l’occhio a mettere a fuoco ciò che l’autore ritenga essere il fulcro del dipinto. Ci si chiede dove sia, qui tale fulcro, ma non si capisce! Dove cade l’occhio? L’occhio è confuso, non sa dove guardare (geniale!). Tutta la composizione è una contraddizione di se stessa.
E che dire di quel povero vecchio prono, seminudo, che, desolato, strisciante, assiste alla scena? Pare guardare in viso più la Madonna che Cristo; ma la Madonna lo ignora, Cristo è morto e quindi non può vederlo né ascoltarlo, Maddalena è volta a chiamare chi non accorre…Che ci sta a fare, lì, quel povero vecchio?
 
E’ lì per rendere protagoniste del quadro le sante figure rappresentate, per dare loro una valenza sacra, per "scollarle" dalla realtà apparente e collocarle in un luogo dove siano protagoniste. Ma che luogo è quello? Come non riesce a capirlo il fruitore, costretto dal geniale pittore a vagare con lo sguardo, neppure il vecchio ne ha idea. Non è una tomba, ma non è una chiesa; non è un altare e neanche un tempio. E’ un luogo misterioso, che fa paura, un luogo che resta indefinito ed indefinibile anche guardandolo il più attentamente possibile. Il vecchio, per primo, ne ha paura, è solo…E si accosta strisciando alla Verità. Ma quale Verità? Dov’è finito, quel povero vecchio? Non si sa…nessuno lo sa…né lui, né chi guarda il dipinto.
Non lo sapeva, allora, neanche lo stesso Tiziano. Quante domande egli stesso si poneva, come e più di chi guardi i suoi capolavori, e non riceveva alcuna risposta: la fede vacillava, ma all’approssimarsi della morte, quell’incertezza rendeva gli ultimi giorni di una lunga vita ancor più penosi ed incerti.
 
Tutti i Grandi, prima o poi, in qualsiasi campo dell’Arte, vengono a scontrarsi con l’idea della morte e dell’aldilà; e spesso, in questi casi, il processo "estetico" s’inverte o assume comunque connotazioni che preludono ad un incontro con il il mistero dell’oltretomba.
 
Nelle opere di questo periodo dell’artista e, quindi, anche ne “La Pietà”,  serpeggia allora un dubbio profondo della mente e dell’anima, che si esaspera, diventando addirittura un atto d’accusa contro Dio, una visione che appare senza speranza.
Non c’è spazio per il riscatto nell’oltretomba in queste opere, forse nemmeno per la fede. Sembra che l’Eterno sia considerato un giocatore di scacchi, che usi gli uomini come pedine, dando loro fama, onori e commissioni e poi precipitandoli senza un perché. Una visione oscura, bruciante. Ma, poco dopo aver ideato ed iniziato questo capolavoro di terrore della morte e dell’ignoto, il grande Tiziano raggiunse l’aldilà e ciò a cui stentava a credere…o il nulla…
Il grande Vecellio era lontano solo un passo da tutto ciò nel proprio dipinto:  quest’Opera, suo malgrado “soprannaturale”, è il suo ultimo, inorridito messaggio d’incertezza terrena. Ora egli sa; ma “La Pietà” rimase incompiuta: Palma il Giovane, suo allievo, la completò, con estrema discrezione nei confronti del lavoro del genio suo Maestro, e ce la tramandò così come la vediamo ancora oggi.

 

 
L’ESTREMO TIZIANO
Republik.org – lunedì 26 novembre 2007

 
 
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CARLA FRACCI sarà ‘FRANCA FLORIO, regina di Palermo’ al Massimo

 
fracci
 
Al MASSIMO di Palermo un balletto in prima assoluta con un’interprete eccezionale: CARLA FRACCI.

Il mito vivente della Danza internazionale interpreterà il ruolo di Donna Franca Florio, nobildonna palermitana, che fu protagonista degli avvenimenti mondani, commerciali e finanziari della Palermo della Belle Epòque, restando nella memoria collettiva come una delle dame più affascinanti di tutti i tempi.

Il balletto, in due atti, è stato ideato e curato da Luciano Cannito ed ha le musiche di Lorenzo Ferrero.

Commissione del Teatro Massimo in prima rappresentazione assoluta, lo spettacolo andrà in scena dal 21 al 27 novembre pp.vv.

Sul podio il M°. Will Humburg, Coreografia e regia di Luciano Cannito, Orchestra e Corpo di Ballo del Teatro Massimo di Palermo.

Una traccia dell’argomento del Balletto:

PRIMO ATTO

SCENA I – A Favignana, una donna sola, nei pressi della marina, si abbandona ai ricordi.
SCENA II – La giovane Franca, nella casa dei genitori, trascorre un giorno di festa scegliendo l’abito per una passeggiata fra le vie di Palermo, accompagnata dalle due inseparabili cugine.
SCENA III – Ignazio Florio, nel suo studio, lavora alacremente finché non decide di fare una breve pausa.
SCENA IV – Franca passeggia alla Marina, ammirata da tutti; passa di lì anche Ignazio, accompagnato da un’amica, Vera Arrivabene.
SCENA V – Ignazio e Franca incrociano gli sguardi: lui vorreb be conoscerla e ciò mette Vera in grave imbarazzo.
SCENA VI – Ignazio bacia la mano di Franca: tra i due è amore a prima vista; Vera, in disparte, è offesa e amareggiata.
SCENA VII – Sembra che il mondo si fermi intono a Franca e Ignazio ma l’arrivo dei genitori di lei li costringe a separarsi.
SCENA VIII – A Favignana, Franca rilegge commossa una vecchia lettera di Ignazio.
SCENA IX – Franca riceve continuamente lettere da Ignazio che, dal canto suo, trascura il lavoro. La famiglia di Franca non è entusiasta del legame della giovane aristocratica con un borghese, benché assai ricco.
SCENA X – Franca e Ignazio si sposano, insieme a pochi intimi, a Livorno e, terminata la funzione, ripartono festosi per Palermo. SCENA XI – Gran Festa nuziale a Palermo.
SCENA XII – Gli invitati vanno via. Prima notte d’amore di Franca e Ignazio.

SECONDO ATTO

SCENA I – A Favignana, Franca vive dei suoi ricordi, circondata dall’affetto dei pescatori.
SCENA II – Dopo alcuni anni, Franca e Ignazio, protagonisti del bel mondo e ancora felicemente uniti, varano il lussuoso yacht Aegusa, dono del marito alla moglie.
SCENA III – La figlioletta Giovanna sviene, Franca e Ignazio tornano a casa. La madre resta accanto alla bimba la cui salute è irrimediabilmente minata.
SCENA IV – Preparativi per l’arrivo del Kaiser. scena v Arrivano Guglielmo II e la consorte; Palermo è in festa insieme a Franca e Ignazio in questo loro momento di magica celebrità.
SCENA VI – Casa Florio è frequentata anche dai reali inglesi e da altri notabili.
SCENA VII – Arrivano a Palermo alcuni principi russi per trascorrere una villeggiatura presso i Florio. Tutti chiamano Franca la “regina” di Palermo.
SCENA VIII – Qualcosa è cambiato tra i due coniugi dopo la morte di Giovanna e la tragica scomparsa dell’ancor più piccolo Ignazio “Baby Boy”: Franca vive ritirata nelle sue stanze, Ignazio è turbato dalla ritrosia della moglie e subisce il fascino di Vera, sua passione giovanile.
SCENA IX – Franca e Ignazio vanno a una Prima al Teatro Massimo. Dietro le quinte, Ignazio corteggia una ballerina mentre Franca, eleg antemente, finge di non accorgersene.
SCENA X – Il pittore Boldini vede in Franca la propria musa ispiratrice, fino a ritrarla in pose sempre più maliziose. Ignazio li sorprende e distrugge il quadro; poco dopo, pentito, regala a Franca una splendida collana di perle e ordina al pittore un nuovo dipinto.
SCENA XI – Anche se la passione di Ignazio è ormai svanita, Franca è nuovamente incinta: lei lo ama ancora e vorrebbe dargli il tanto agognato erede maschio.
SCENA XII – A Favignana, Franca riporta alla memoria, con insistenza, i ricordi più drammatici.
SCENA XIII – Al casinò di Sanremo, Ignazio flirta con altre donne; Franca è sola, a un altro tavolo. La sorte sembra
essere cambiata e i due si allontaano separatamente.
SCENA XIV – Di fronte al mare di Favignana il sole sta per tramontare: Franca sa di essere stata una regina ma oggi è sola e fragile. Come una donna qualsiasi. Sola in un’isola in mezzo a un mare di ricordi.

Un appuntamento da non perdere.

[Dettagli e scheda spettacolo in "Oggi a" Palermo]

Inserita il 19 – 11 – 07
Fonte: Natalia Di Bartolo
 
 
Boldini_DonnaFrancaFlorio
G.Boldini (1842-1931 ): ritratto di Donna Franca Florio
 

L’Educazione Musicale: Convegno e Corso di Formazione ad Agrigento

 
Si svolgerà sabato 1 dicembre dalle ore 9.00 alle 13.00, nella sala conferenze dell’IPSCT “ N. GALLO” c/da Calcarelle Agrigento, il Convegno “La gestione delle Scuole Medie ad Indirizzo Musicale: aspetti legislativi, emergenze didattiche, problematiche relazionali”.

L’avvenimento è organizzato dalla SIEM Società Italiana per l’Educazione Musicale, sez. territoriale di Agrigento, in collaborazione USR Sicilia, USP di Agrigento e il patrocinio del Comune di Agrigento e la Provincia Regionale Ass. alla Cultura.

Programma:

Ore 9.00 accoglienza e registrazione

Ore 9.15 saluti ed introduzione
STEFANO TESE’ – Presidente SIEM Agrigento

Ore 9.20 saluto autorità
Avv. MARCO ZAMBUTO – Sindaco di Agrigento
Dott.SANTINO LO PRESTI – Ass. Prov. alla Cultura

Ore 9.35 apertura dei lavori
Dott.NICOLO’ LOMBARDO – Dirigente USP di Agrigento
Dott.ssa GIOVANNA ZAFFUTO – Ispettore Tecnico USR Sicilia
Prof.CIRO FIORENTINO – Referente Nazionale del Coordinamento
dell’Orientamento Musicale

Ore 11.00 coffee break
Ore 11.15 ripresa lavori
Ore 13. 00 chiusura dei lavori

Gli organizzatori ringraziano per l’ospitalità il Dirigente Scolastico Prof. Francesco Curabba.

Al Convegno sarà collegato un Corso di formazione per Docenti di Educazione Musicale, tenuto dal M.° Ciro Fiorentino, docente di Chitarra nelle Scuole ad Indirizzo Musicale, che avrà la durata di 12 ore e sarà articolato in due giorni:
sabato 1 dicembre
16.00 – 20.00
domenica 2 dicembre
9.00 – 13.00 e 16.00 -20.00

Il Corso, partendo dalla realtà didattica sperimentata nelle Scuole secondarie di I grado ad Indirizzo Musicale, si propone di stimolare una riflessione sulla necessità e possibilità di reimpostare la didattica strumentale, ponendo al centro del modello didattico la musica d’insieme e la lezione collettiva.Esso si propone, dunque di contribuire all’aggiornamento didattico di chi insegna uno strumento musicale

Destinatari ne sono i Docenti di strumento che insegnano nella Scuola Media ad Indirizzo Musicale, nelle Scuole di Musica Civiche, comunali e private e negli Istituti Musicali; i Docenti di educazione musicale; gli Operatori musicali; gli Studenti dei Conservatori.

La metodologia di lavoro sarà di tipo Laboratoriale e l’articolazione tematica terrà la "lezione collettiva" quale modello didattico indispensabile per una riformulazione degli obiettivi di base.
In primo piano sarà posta la necessità di rivisitare ed arricchire il repertorio didattico: dall’arrangiamento del repertorio classico, vissuto come riduzione e/o necessità, alla sua rivisitazione ed arricchimento con materiali originali.
Nello stesso tempo, si esalterà l’importanza della Musica d’Insieme con riferimento costante alla didattica strumentale. Si sottolineerà la sua validità quale elemento capace di dare un “senso” immediato all’acquisizione delle competenze e, nel contempo, quale momento di verifica della loro acquisizione.

A tutti i corsisti sarà rilasciato un attestato di frequenza.

Il M°. Ciro Fiorentino ha iniziato lo studio della chitarra con il M° Domenico Zingaro, si è Diplomato sotto la guida del M° Antonello Ghidoni al Conservatorio “G. Verdi” di Cuneo. Inoltre, ha conseguito il Diploma Accademico di II Livello, con il massimo dei voti, al Conservatorio “G. Verdi” di Milano.
Continua a svolgere attività concertistica sia come solista sia in collaborazione con diverse formazioni da camera. Si è esibito in numerosi concerti in Italia e all’estero collaborando in qualità di solista con varie orchestre e formazioni cameristiche.
Da anni svolge un’intensa attività nel campo della didattica del suo strumento e della formazione strumentale di base in genere. In particolare, negli ultimi anni si è dedicato ad attività di ricerca nel campo della didattica dello strumento musicale. È autore di raccolte e composizioni dedicate alla chitarra, al flauto dolce ed a diverse formazioni strumentali scolastiche, collabora con diverse case editrici, sia come autore di raccolte tematiche e di composizioni originali, sia come curatore di una collana dedicata alla musica d’insieme ed all’apprendimento strumentale di base. Dopo un lungo periodo d’insegnamento dell’Ed.Musicale, dal 1996 è docente di Chitarra nelle Scuole ad Indirizzo Musicale (attualmente in servizio presso la Scuola Ardigò-Bellani di Monza).
È Referente Nazionale del Coordinamento dell’Orientamento Musicale (www.comusica.name)

Inserita il 13 – 11 – 07
Fonte: Natalia Di Bartolo
 
 
 

‘Piccola Orchestra in Opera’ a S. Omobono Terme (BG): DANIELA PEDI e SALVO GUASTELLA in Concerto; Dirige il M°. STEFANO SANFILIPPO

 
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          Il Soprano DANIELA PEDI  Il Tenore SALVO GUASTELLA  
         
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Il M°. STEFANO SANFILIPPO

                 
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 A S. Omobono Terme, ridente cittadina in provincia di Bergamo, si terrà sabato 10 novembre il Concerto "PICCOLA ORCHESTRA IN OPERA".

L’iniziativa, lanciata e realizzata dall’Associazione Culturale "Eventi d’Arte" e patrocinata da diversi enti ed associazioni bergamasche, vedrà esibirsi due giovani professionisti della Lirica: il soprano DANIELA PEDI ed il tenore SALVO GUASTELLA, entrambi siciliani, in un Concerto in assolo ed in duetto, in cui i giovani Artisti, che hanno recentemente partecipato con successo al I Master Musicale di "Eventi d’Arte" a Rota D’Imagna (BG), avranno modo di esibirsi nuovamente e rendere partecipe il pubblico di tutte le proprie non comuni capacità vocali, tecniche ed espressive, in un programma interamente dedicato al Melodramma.

La "Piccola Orchestra" sarà diretta dal M°.STEFANO SANFILIPPO, che, pianista di rilievo, è anche Direttore d’Orchestra e che è la vera ed insostituibile "colonna portante" dell’Associazione in campo musicale.

Un evento al quale auguriamo un seguito di numerosi e brillanti successi.

[Dettagli e scheda del Concerto in "Oggi a" Bergamo]

Inserita il 07 – 11 – 07
Fonte: Natalia Di Bartolo
 
 
 

Le scolaresche di Realmonte in visita alla Villa Romana (I sec. D.C.)

 

La mattinata di lunedì 30 ottobre è trascorsa per gli alunni delle prime classi dell’Istituto Comprensivo “Garibaldi” di Realmonte in maniera inconsueta e certamente interessante: guidati dalla rispettive professoresse, sotto la supervisione della dott.ssa Nuccia Gulli, archeologa, insieme al prof. Paolo Salemi e dall’Arch. Giuseppe Vella, rispettivamente Assessore alla Cultura, Sport e Spettacolo e Dirigente dell’UTC di Realmonte, hanno visitato i resti archeologici della Villa Romana che si trova sulla piaggia di Punta Grande, in territorio di Realmonte.

 

I ruderi dell’antico edificio, scoperto nei primi anni del XX secolo,  sono stati visionati dagli alunni, dimostratisi molto interessati, e la dott.ssa Gulli ed i competenti accompagnatori hanno spiegato loro i dati salienti dell’architettura e della decorazione a mosaico della villa.

 

I giovani hanno distinto il peristilio, l’impluvium, i vari cubicula, ed hanno rilevato come le decorazioni marmoree e musive dei pavimenti rappresentino soggetti tipici della tipologia di analoghe costruzioni romane, con delfini, Poseidone e mostri marini, nonché con interessanti intarsi marmorei. Essi hanno inoltre potuto comprendere anche a quale uso i vari ambienti fossero destinati, compresi i locali di sontuose terme private, dimostranti le ampie possibilità economiche degli antichi proprietari della villa ed il loro rilevante status sociale.

 

I ragazzi si sono dimostrati assai soddisfatti della visita, che è rientrata in un programma di lancio e diffusione degli immensi tesori naturalistici e storici che Realmonte possiede da parte dell’attiva Amministrazione della cittadina dell’Agrigentino.

 
 
 
 

Ma sono tutte pazze queste eroine dell’Opera ?

 

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Nella foto,  il Soprano Laura Aikin nei panni di Lucia di Lammermoor nella celebre scena della pazzia 
 
Lecita la domanda, meditata la risposta. Il tema della follia nel Melodramma, infatti, è comune a molte Opere ed a molte protagoniste, soprattutto nell’Opera dell’Ottocento. E’ addirittura “codificato”: esistono esercizi vocali propedeutici alla tecnica del canto delle scene di follia.

Ma perché pazze? Altra lecita domanda, immediata, questa volta, la risposta: perché “fa scena”. Sì, certo, non è una risposta completa ed esaustiva, ma è la prima che balza in mente, riflettendo sull’argomento.
Di solito la diva non è pazza, all’inizio, ma ama "alla follia", che sia amore per un uomo o per un figlio…appunto. Spesso si vede tradita, abbandonata, orfana, si scopre matricida o mancata tale…insomma: un manicomio!

Ma un gran bel Manicomio, se si entra a conoscerne le “ricoverate”: da Lucia di “Lucia di Lammermoor” di Donizetti, ad Elvira de “I Puritani” di Bellini; da Margherita del “Mefistofele” di Boito a Ophelia nell’”Hamlet” di Thomas …

Un Reparto assai ben popolato, dunque, visto che ognuna di esse canta capolavori d’Arte musicale. Ma allora ci sarà un motivo per cui l’autore del libretto prima e della musica, poi (o viceversa, non è detto) decida si inserire nella propria Opera un personaggio in preda alla follia, si chiede il visitatore del Reparto, che resta affascinato da tanta ricchezza d’Arte e commosso alle singole vicende delle illustri pazienti.

Commosso, appunto! Il primo scopo è, ovviamente, quello di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Di solito le candidate folli sono vergini bellissime e promesse spose: le si vede sbocciare ed appassire nell’arco di un paio d’atti. La lacrima della commozione non può che sgorgare spontanea: vada il primo punto all’autore!

Spettacolare? Certo! Una fanciulla in fiore, spesso in abiti bianchi e veli trapunti, se non in camicia da prima notte nuziale regolarmente macchiata del sangue della vittima della sua follia che non ha avuto il tempo di consumare le nozze, la quale si aggira sul palcoscenico tra gli astanti, padri, fratelli, tutori, invitati al matrimonio, o che pianga in una cella o, ancora, che sia stata abbandonata quasi sull’altare costituisce per l’autore il sistema di ripetere l’infallibile e geniale “effetto Ofelia”, che, originariamente, di romantico non ha proprio nulla, data l’epoca della tragedia shakespeariana, ma che viene riutilizzato abilmente ed altrettanto abilmente messo in musica in pieno e tardo romanticismo, facendo rientrare la follia nel celebre “Sturm und Drang” che permea tutta la cultura romantica.

Ovviamente, nel Melodramma, impazziscono anche gli uomini, a volte, come Werther dell’omonima Opera di Massenet, o sono già predisposti alla pazzia, come Don Carlo, dall’Opera di Verdi, ma di loro, poverini, ci s’interessa ben poco, in verità; non fanno granché scena: si limitano ad impazzire, a disperarsi e dolersi e poi rinsavire nell’agonia del consumato suicidio o a scomparire nell’avito, imperiale sacello: non c’è proprio gusto! Infatti il Reparto maschile del Manicomio è assai poco frequentato.

Per tornare all’eroina in preda alla follia, quindi, viva lo spettacolo! E viva la musica: si son potute mettere in bocca, o, meglio, in ugola, ad un tale personaggio parole e note di sublime fascino: mai follia è disgiunta dal sentimento, né da un fondo di quell’antica saviezza che, riemergendo, provoca alti e bassi nella protagonista, che esprime in scena tutto il proprio dolore, distorcendo, spesso, la propria realtà, ma mostrandola, a contrasto, cruda e coinvolgente allo spettatore. Che poi tale scena madre dell’Opera non contenga germi di coerenza mentale, è ancora meglio: se l’eroina crede di essere altrove ed ha dei semplici flash-back del proprio crudele passato, la desolazione nel vederla in quello stato fa tendere allo spettatore ancor più l’orecchio: furbo l’autore: è il momento di dar fondo a tutta la propria genialità musicale. E questo accade: un altro punto a suo favore!

Non scritte ufficialmente da Donizetti, ma da sempre nella tradizione, sono divine, per esempio, le note della follia di Lucia di Lammermoor in duetto con un flauto solista. Si usò, ai tempi, anche un rudimentale ma efficacissimo xilofono “a bicchieri di cristallo”: percossi essi imitavano, ripetevano, duplicavano le note sublimi della protagonista, facendo a gara quanto a limpidezza e sovracuti. Un virtuosismo da paura, quello del soprano che s’impelaghi in tale ruolo. Ma se ci s’impadronisce della tradizione, l’effetto è assolutamente garantito, oggi come allora: si sta col fiato sospeso.

Lucia di Lammermoor, poverina, muore di dolore, ma Elvira, de “I Puritani” di Bellini, rappresenta uno dei rari casi in cui l’eroina rinsavisce. Strano ma vero: ritorna l’amato e le torna la ragione. A quel punto, esprime note gioiose d’immenso valore, ma quanto valgono, allora, le note della sua scena di follia, con cabaletta virtuosistica al seguito? Sono inestimabili.

Ultimamente, si è subdorata una vena di follia anche in Norma: la grande Edita Gruberova, in un’edizione dell’opera del 2006, alla Bayerische Staatsoper di Monaco, ha dato seguito a questa “inconsueta” lettura delle azioni della sacerdotessa dei Druidi: ella impazzita dal dolore per il tradimento di Pollione, medita di uccidere i figli avuti con lui, ma già tale alterato stato mentale vien fatto affiorare anche in altri momenti dell’Opera. Alla fine, però, s’immola regolarmente con Pollione. Un’altra che rinsavisce? Forse. Tale lettura è interessante ed andrebbe approfondita. E’ plausibile: un genio come Bellini era capace d’intendere e sottintendere tali finezze psicologiche e musicali da non poterne, ancora oggi, smaliziati come si è, trovare il bandolo della matassa: scriveva musica “criptata”, il Cigno, su questo non c’è dubbio; ma si troverà mai qualcuno capace di decriptarla? Se no, buon per lui! Altrimenti, di che misterioso ed inintelligibile genio i catanesi potrebbero vantarsi?

La visita completa al Reparto Eroine nel Manicomio dell’Opera sarebbe lunga; chi scrive ritiene di aver scritto abbastanza e confessa di non essere più in grado di dire nient’altro: Lucia ha iniziato a cantare il suo “Il dolce suono mi colpì di sua voce” ed il tempo si è fermato.

Ci si compiace, allora, in questa sede, della follia altrui? No! Solo dell’Arte che essa ha ispirato e donato agli spettatori, che, ancora oggi e per sempre, ne vengono catturati e coinvolti: “Il teatro e la vita non son la stessa cosa” fece dire Ruggero Leoncavallo al saggio Prologo dei suoi “Pagliacci”: non lo si dimentichi mai!

Inserita il 02 – 11 – 07
Fonte: Natalia Di Bartolo