Ma sono tutte pazze queste eroine dell’Opera ?

 

LAURA_AIKIN_ Lucia_montpellier_2006
Nella foto,  il Soprano Laura Aikin nei panni di Lucia di Lammermoor nella celebre scena della pazzia 
 
Lecita la domanda, meditata la risposta. Il tema della follia nel Melodramma, infatti, è comune a molte Opere ed a molte protagoniste, soprattutto nell’Opera dell’Ottocento. E’ addirittura “codificato”: esistono esercizi vocali propedeutici alla tecnica del canto delle scene di follia.

Ma perché pazze? Altra lecita domanda, immediata, questa volta, la risposta: perché “fa scena”. Sì, certo, non è una risposta completa ed esaustiva, ma è la prima che balza in mente, riflettendo sull’argomento.
Di solito la diva non è pazza, all’inizio, ma ama "alla follia", che sia amore per un uomo o per un figlio…appunto. Spesso si vede tradita, abbandonata, orfana, si scopre matricida o mancata tale…insomma: un manicomio!

Ma un gran bel Manicomio, se si entra a conoscerne le “ricoverate”: da Lucia di “Lucia di Lammermoor” di Donizetti, ad Elvira de “I Puritani” di Bellini; da Margherita del “Mefistofele” di Boito a Ophelia nell’”Hamlet” di Thomas …

Un Reparto assai ben popolato, dunque, visto che ognuna di esse canta capolavori d’Arte musicale. Ma allora ci sarà un motivo per cui l’autore del libretto prima e della musica, poi (o viceversa, non è detto) decida si inserire nella propria Opera un personaggio in preda alla follia, si chiede il visitatore del Reparto, che resta affascinato da tanta ricchezza d’Arte e commosso alle singole vicende delle illustri pazienti.

Commosso, appunto! Il primo scopo è, ovviamente, quello di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Di solito le candidate folli sono vergini bellissime e promesse spose: le si vede sbocciare ed appassire nell’arco di un paio d’atti. La lacrima della commozione non può che sgorgare spontanea: vada il primo punto all’autore!

Spettacolare? Certo! Una fanciulla in fiore, spesso in abiti bianchi e veli trapunti, se non in camicia da prima notte nuziale regolarmente macchiata del sangue della vittima della sua follia che non ha avuto il tempo di consumare le nozze, la quale si aggira sul palcoscenico tra gli astanti, padri, fratelli, tutori, invitati al matrimonio, o che pianga in una cella o, ancora, che sia stata abbandonata quasi sull’altare costituisce per l’autore il sistema di ripetere l’infallibile e geniale “effetto Ofelia”, che, originariamente, di romantico non ha proprio nulla, data l’epoca della tragedia shakespeariana, ma che viene riutilizzato abilmente ed altrettanto abilmente messo in musica in pieno e tardo romanticismo, facendo rientrare la follia nel celebre “Sturm und Drang” che permea tutta la cultura romantica.

Ovviamente, nel Melodramma, impazziscono anche gli uomini, a volte, come Werther dell’omonima Opera di Massenet, o sono già predisposti alla pazzia, come Don Carlo, dall’Opera di Verdi, ma di loro, poverini, ci s’interessa ben poco, in verità; non fanno granché scena: si limitano ad impazzire, a disperarsi e dolersi e poi rinsavire nell’agonia del consumato suicidio o a scomparire nell’avito, imperiale sacello: non c’è proprio gusto! Infatti il Reparto maschile del Manicomio è assai poco frequentato.

Per tornare all’eroina in preda alla follia, quindi, viva lo spettacolo! E viva la musica: si son potute mettere in bocca, o, meglio, in ugola, ad un tale personaggio parole e note di sublime fascino: mai follia è disgiunta dal sentimento, né da un fondo di quell’antica saviezza che, riemergendo, provoca alti e bassi nella protagonista, che esprime in scena tutto il proprio dolore, distorcendo, spesso, la propria realtà, ma mostrandola, a contrasto, cruda e coinvolgente allo spettatore. Che poi tale scena madre dell’Opera non contenga germi di coerenza mentale, è ancora meglio: se l’eroina crede di essere altrove ed ha dei semplici flash-back del proprio crudele passato, la desolazione nel vederla in quello stato fa tendere allo spettatore ancor più l’orecchio: furbo l’autore: è il momento di dar fondo a tutta la propria genialità musicale. E questo accade: un altro punto a suo favore!

Non scritte ufficialmente da Donizetti, ma da sempre nella tradizione, sono divine, per esempio, le note della follia di Lucia di Lammermoor in duetto con un flauto solista. Si usò, ai tempi, anche un rudimentale ma efficacissimo xilofono “a bicchieri di cristallo”: percossi essi imitavano, ripetevano, duplicavano le note sublimi della protagonista, facendo a gara quanto a limpidezza e sovracuti. Un virtuosismo da paura, quello del soprano che s’impelaghi in tale ruolo. Ma se ci s’impadronisce della tradizione, l’effetto è assolutamente garantito, oggi come allora: si sta col fiato sospeso.

Lucia di Lammermoor, poverina, muore di dolore, ma Elvira, de “I Puritani” di Bellini, rappresenta uno dei rari casi in cui l’eroina rinsavisce. Strano ma vero: ritorna l’amato e le torna la ragione. A quel punto, esprime note gioiose d’immenso valore, ma quanto valgono, allora, le note della sua scena di follia, con cabaletta virtuosistica al seguito? Sono inestimabili.

Ultimamente, si è subdorata una vena di follia anche in Norma: la grande Edita Gruberova, in un’edizione dell’opera del 2006, alla Bayerische Staatsoper di Monaco, ha dato seguito a questa “inconsueta” lettura delle azioni della sacerdotessa dei Druidi: ella impazzita dal dolore per il tradimento di Pollione, medita di uccidere i figli avuti con lui, ma già tale alterato stato mentale vien fatto affiorare anche in altri momenti dell’Opera. Alla fine, però, s’immola regolarmente con Pollione. Un’altra che rinsavisce? Forse. Tale lettura è interessante ed andrebbe approfondita. E’ plausibile: un genio come Bellini era capace d’intendere e sottintendere tali finezze psicologiche e musicali da non poterne, ancora oggi, smaliziati come si è, trovare il bandolo della matassa: scriveva musica “criptata”, il Cigno, su questo non c’è dubbio; ma si troverà mai qualcuno capace di decriptarla? Se no, buon per lui! Altrimenti, di che misterioso ed inintelligibile genio i catanesi potrebbero vantarsi?

La visita completa al Reparto Eroine nel Manicomio dell’Opera sarebbe lunga; chi scrive ritiene di aver scritto abbastanza e confessa di non essere più in grado di dire nient’altro: Lucia ha iniziato a cantare il suo “Il dolce suono mi colpì di sua voce” ed il tempo si è fermato.

Ci si compiace, allora, in questa sede, della follia altrui? No! Solo dell’Arte che essa ha ispirato e donato agli spettatori, che, ancora oggi e per sempre, ne vengono catturati e coinvolti: “Il teatro e la vita non son la stessa cosa” fece dire Ruggero Leoncavallo al saggio Prologo dei suoi “Pagliacci”: non lo si dimentichi mai!

Inserita il 02 – 11 – 07
Fonte: Natalia Di Bartolo
 
 
 
 
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