L’ESTREMO TIZIANO

Republik MagazineArte

Scritto da Natalia Di Bartolo   

sabato 17 novembre 2007

 
 
T
iziano Vecellio (Pieve di Cadore, circa 1490 – Venezia, 27 agosto 1576): anche solo il nome evoca splendenti tele e colori smaglianti. Ma si dovrebbe tener conto anche di “un altro Tiziano”, che non è il più conosciuto, cioè non quello del “L’ Amor sacro e l’Amor profano” o della “Venere di Urbino”, ma il Tiziano degli ultimi anni, vecchissimo e teso ad una ricerca che va molto oltre la "bella maniera" degli anni d’oro.
 
Primo indizio di queste tendenze nell’opera dell’Artista è il Ritratto di Pietro Aretino (a destra), conservato nel Palazzo Pitti. E’ nota l’amicizia fra i due, che pare si sia incrinata proprio a causa di questo ritratto, che all’effigiato pareva eseguito in fretta e furia: Tiziano invecchiava, la sua concezione pittorica, sia dal punto di vista teorico, che da quello tecnico, cambiava, sembrava involversi, anziché evolversi. 

PietroAretinoTitian

 
"Lo scorticamento di Marsia" è un altro un dipinto dell’ estremo Tiziano, uno dei più straordinari.
 
marsyaTiziano
 
Esso rappresenta l’ epilogo della nota sfida musicale tra Apollo e Marsia, che viene punito nel modo atroce citato nel titolo per aver osato sfidare il dio.
 
Conservato a Kromeriz,una cittadina della Repubblica Ceca, il cromatismo di questo dipinto, come degli altri dell’ultimo periodo della vita dell’artista (dipinti “estremi” perché vi si percepisce quasi la tensione verso un Oltre che è sia artistico sia spirituale, il venir meno delle forze nell’ appressarsi alla morte e nel crollo delle certezze) è come cera liquefatta, se ne avvertono corposità ed incandescenza, sembra di vederlo gocciolare dalla tela, come il sangue di Marsia.
 
Necessiterebbero immagini a luce radente per rendersene conto. Il pensieroso Re Mida, probabile autoritratto di Tiziano, sembra meditare sul destino impietoso del satiro (e, per estensione, dell’ uomo) vittima del capriccio della divinità.
A questo stesso periodo di oscura, fremente sofferenza artistica e di pensiero, appartiene anche la forse troppo poco conosciuta “Pietà”, conservata nelle Gallerie dell’Accademia a Venezia.
 
pieta
 
Tale dipinto attira a sé con la forza misteriosa dell’inconsueto e del capolavoro.
 
E’ “strano” in tutto e per tutto: dalla struttura compositiva ai colori, anzi, ai "non colori"; è veramente "livido". C’è proprio da chiedersi cosa passasse nella mente di un grande pittore come Tiziano, per arrivare a dipingere in quel modo. Esteticamente parlando (per "estetica" s’intenda il gusto comune) pare davvero un quadro decisamente “brutto”, perfino sproporzionato. Quelle figure così piccole, in basso…e quell’architettura così invadente, incombente su di loro in altezza e proporzioni. E poi, la pennellata:  decisamente inconsueta, scaturita da cotanta mano; è data a tocchi, a guizzi.
E’ scuro, il colore, impastato, "sporco" rispetto ai passati splendori.  Per colore "sporco" chi scrive generalmente intende quello che, magari mescolato da un inesperto pittore, non risulti brillante alla fusione, che diventi "fangoso": bene, non si può arrivare che alla conclusione che quel "colore non colore" sia proprio il filo conduttore del dipinto, creato apposta in quel modo, con una tavolozza fatta esclusivamente di terre brune e gialle, di verdi e rossi, in accostamenti e fusioni tutt’altro che luminose e gradevoli.
 
E poi “l’effetto” generale dell’Opera è sconvolgente:  tutto, in quel dipinto pare essere inconsistente, sgretolarsi e venir giù dalla tela, abiti dei personaggi compresi. Anche le statue suscitano stupore:  Mosè a sinistra e la figura femminile con la Croce, a destra (potrebbe essere S. Elena) hanno un aspetto altezzoso, da eroi pagani e sembrano doversi sbriciolare da un momento all’altro, seppellendo quel po’ di vita che ancora sembra pulsare in quei personaggi che vengono fuori dalla tela spaesati, incerti, sopraffatti dall’impianto stesso della composizione.
La Madonna sta lì con Gesù in braccio con l’espressione di chi voglia dire: "Eccolo: mio figlio è qui, morto! Me l’hanno ucciso! Ma non importa a nessuno!"; la Maddalena chiama qualcuno, ha uno scatto di movimento, ma resta come impietrita: nessuno le risponde? Il putto a terra raccoglie in un sacchetto di stoffa bianca non si sa bene cosa, forse qualche reliquia; ma lo fa furtivamente, come se temesse di essere scoperto dagli stessi protagonisti della tragedia (un guizzo del Tiziano contro l’avidità della Chiesa terrena?).
Non serve a nulla al puttino in volo cercare d’illuminare qualcosa con quel lungo cero. E poi, che luce proietta? Non è lui che illumina: anzi, quel cero non emette luce per nulla, non crea alcuna ombra propria: la luce principale pare venire dall’aureola di Cristo ed è una luce radente, che inganna chi guarda. 
 
Quanto all’impianto compositivo, è decisamente "assurdo", rispetto alla consuetudine, anche del Tiziano stesso; è realizzato, in definitiva, sconvolgendo una simmetria di sfondo architettonico verticale con una trasversale che passa sopra la testa delle figure ed è tangente, a sua volta, un cerchio, costituito per la metà dalla piccola abside affrescata in alto. Il cero del putto, allora, assume anche un significato compositivo: serve a "bilanciare" la scena che sennò tenderebbe tutta a sinistra. Abilissima trovata, ovviamente; ma quel che conta in una composizione sono le direttrici che portano l’occhio a mettere a fuoco ciò che l’autore ritenga essere il fulcro del dipinto. Ci si chiede dove sia, qui tale fulcro, ma non si capisce! Dove cade l’occhio? L’occhio è confuso, non sa dove guardare (geniale!). Tutta la composizione è una contraddizione di se stessa.
E che dire di quel povero vecchio prono, seminudo, che, desolato, strisciante, assiste alla scena? Pare guardare in viso più la Madonna che Cristo; ma la Madonna lo ignora, Cristo è morto e quindi non può vederlo né ascoltarlo, Maddalena è volta a chiamare chi non accorre…Che ci sta a fare, lì, quel povero vecchio?
 
E’ lì per rendere protagoniste del quadro le sante figure rappresentate, per dare loro una valenza sacra, per "scollarle" dalla realtà apparente e collocarle in un luogo dove siano protagoniste. Ma che luogo è quello? Come non riesce a capirlo il fruitore, costretto dal geniale pittore a vagare con lo sguardo, neppure il vecchio ne ha idea. Non è una tomba, ma non è una chiesa; non è un altare e neanche un tempio. E’ un luogo misterioso, che fa paura, un luogo che resta indefinito ed indefinibile anche guardandolo il più attentamente possibile. Il vecchio, per primo, ne ha paura, è solo…E si accosta strisciando alla Verità. Ma quale Verità? Dov’è finito, quel povero vecchio? Non si sa…nessuno lo sa…né lui, né chi guarda il dipinto.
Non lo sapeva, allora, neanche lo stesso Tiziano. Quante domande egli stesso si poneva, come e più di chi guardi i suoi capolavori, e non riceveva alcuna risposta: la fede vacillava, ma all’approssimarsi della morte, quell’incertezza rendeva gli ultimi giorni di una lunga vita ancor più penosi ed incerti.
 
Tutti i Grandi, prima o poi, in qualsiasi campo dell’Arte, vengono a scontrarsi con l’idea della morte e dell’aldilà; e spesso, in questi casi, il processo "estetico" s’inverte o assume comunque connotazioni che preludono ad un incontro con il il mistero dell’oltretomba.
 
Nelle opere di questo periodo dell’artista e, quindi, anche ne “La Pietà”,  serpeggia allora un dubbio profondo della mente e dell’anima, che si esaspera, diventando addirittura un atto d’accusa contro Dio, una visione che appare senza speranza.
Non c’è spazio per il riscatto nell’oltretomba in queste opere, forse nemmeno per la fede. Sembra che l’Eterno sia considerato un giocatore di scacchi, che usi gli uomini come pedine, dando loro fama, onori e commissioni e poi precipitandoli senza un perché. Una visione oscura, bruciante. Ma, poco dopo aver ideato ed iniziato questo capolavoro di terrore della morte e dell’ignoto, il grande Tiziano raggiunse l’aldilà e ciò a cui stentava a credere…o il nulla…
Il grande Vecellio era lontano solo un passo da tutto ciò nel proprio dipinto:  quest’Opera, suo malgrado “soprannaturale”, è il suo ultimo, inorridito messaggio d’incertezza terrena. Ora egli sa; ma “La Pietà” rimase incompiuta: Palma il Giovane, suo allievo, la completò, con estrema discrezione nei confronti del lavoro del genio suo Maestro, e ce la tramandò così come la vediamo ancora oggi.

 

 
L’ESTREMO TIZIANO
Republik.org – lunedì 26 novembre 2007

 
 
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