BELLINI e GOUNOD: due GIULIETTE, due capolavori, un soprano

 
HayezRomeo
Francesco Hayez: "L’ultimo addio di Romeo a Giulietta", olio su tela, 1823, Villa Carlotta, Como
 
Due Giuliette? Strano, ma non più di tanto. Non è la prima volta che due autori affrontano la stessa trama con gli stessi personaggi.

Qui due giganti, uno italiano e l’altro francese hanno "plasmato" Giulietta Capuleti, facendola eternamente propria, senza che l’una possa confondersi con l’altra, pur trattandosi dello stesso, celeberrimo personaggio della tragedia Shakespeariana.

Chi si dedichi al’Opera italiana, all’ascolto e, soprattutto allo studio per cantarla, ad un certo punto, inevitabilmente, comincia a desiderare di spaziare verso altri lidi e, quindi, verso altri modi ed interpretazioni.

Nella fattispecie, un Soprano che sia molto avanti negli studi (il Diploma non è mai un traguardo, ma un punto di passaggio) nota in se stessa una sempre maggiore "apertura" all’Opera straniera.

Sa che sta "virando", forse fisiologicamente, per via della qualità della propria voce che "matura" e si "arrotonda", perfezionandosi nei coloriti, nelle espressioni, nell’interpretazione.

E’ un passo inevitabile ed assolutamente positivo. E’ arrivato il momento di "perfezionarsi", di approfondire, studiare ancora, riflettere, confrontare, comprendere.

Questione italo-tedesca tardo-ottocentesca assorbita ed archiviata (qualche volta con italica, irremovibile testardaggine), il Soprano in questione può rivolgersi, per esempio all’infinito Mozart, o (sempre se voglia restare nell’ambito del Melodramma e non esplorare Liederistica o Musica Sacra), all’Opéra Francaise.

Magari, fino ad allora, l’ha pure un po’ snobbata. Può darsi che si sia trattato di una sorta di "campanilismo italico": per lei, finora, Opera ed Italia erano stati sinonimi, probabilmente per l’"educazione all’ascolto", che la portava verso certi "modelli" più che verso altri.

Nella fattispecie nazionale, ha sempre amato Bellini, ma, come molte colleghe, ne ha avuto e ne ha ancora un timore reverenziale: l’ha sempre trovato talmente geniale da essere spesso inintellegibile.

Un difetto del Genio? Forse. L’essere troppo grande gli ha sempre nuociuto, a quanto pare. Egli non ha trovato, spesso, studiosi ed interpreti all’altezza di "decifrarlo"; prima di essere eseguito, dev’essere profondamente compreso, decriptato addirittura: è troppo grande. E quando il "troppo" si scontra con la voglia di renderlo "repertorio vendibile", allora la grandezza, in mano a sfruttatori incompetenti ed avidi, diventa trito di pentagrammi, aberrazione di tempi, decotto di note; insomma, quello che, dagli anni 50 in poi, gli "operatori musicali" che hanno osato mettere le proprie mani sulla sua Musica (nel non far nomi, tuttavia si evoca la lontana Australia) hanno messo in atto.

Un "recupero di Bellini", allora, sarebbe opportuno. Il nostro Soprano, quindi, prima di aver voglia di cantarlo, Bellini, ha avuto voglia di ascoltarlo: ne ha ascoltato troppo poco, pur avendone sentito moltissimo.

Contraddizione? No: disperazione. Ergo, ora che canta, si nutre ancor di più di pane, teatro e (rari) dischi di qualità e finalmente osa accostarsi all’immenso, candido, soprannaturale Cigno catanese per provare a cantarne un ruolo.

Giulietta, dall’Opera "I Capuleti e i Montecchi", allora, diventa irresistibile ed, in particolare lo diventa il brano "Eccomi in lieta vesta…Oh, quante volte! Oh! quante", recitativo e cavatina di Giulietta, dal I atto. Per dirla con Liù: "E’ suprema delizia possederlo".

L’interprete incontra (e, per difficoltà di esecuzione, prima si scontra con) una sorta di "comunione sensuale". Fatto sta che canta con le lacrime agli occhi. E non si creda che tutte le cantanti siano facili alla commozione. Quella in questione non è smossa neppure da "La Bohéme", dove di solito piangono tutti: interpreti e pubblico.

Ma, con Giulietta di Bellini, le sue lacrime d’immedesimazione, spesso, riescono a contagiare il pubblico ed a volte, a spettacolo finito, si sente dire (e ne va orgogliosa!): "Io non capisco molto di Musica Lirica, ma mi è venuta la pelle d’oca". Un raro complimento, per un’interprete.

Giulietta, candida, sensuale, dolcissima sposa di Romeo, ne "I Capuleti e i Montecchi" è subito mostrata adorna delle sontuose vesti nuziali impostele dal padre per sposare un altro nobiluomo; a lei, che già s’era data al suo amore, suo marito Romeo, fuggito via poi, per la crudeltà del destino, in esilio al canto dell’allodola.

Bellissime le parole che Felice Romani, librettista dell’autore catanese, mette sulle labbra di Giulietta:

Eccomi in lieta vesta…eccomi adorna..,
Come vittima all’ara. Oh! almen potessi
Qual vittima cader dell’ara al piede!
O nuzïali tede,
Abborrite così, così fatali,
Siate, ah! siate per me faci ferali.
Ardo…una vampa, un foco
Tutta mi strugge.
Un refrigerio ai venti io chiedo invano.
Ove se’tu, Romeo?
In qual terra t’aggiri?
Dove, dove invïarti i miei sospiri?
Oh! quante volte,
Oh! quante ti chiedo
Al ciel piangendo
Con quale ardor t’attendo,
E inganno il mio desir!
Raggio del tuo sembiante
Parmi il brillar del giorno :
L’aura che spira intorno
Mi sembra un tuo sospir.

 
    
Parte del recitativo del brano di Bellini "Oh! quante volte, oh! quante…", Natalia Di Bartolo, Soprano, Pietro la Greca, Pianista
 
Natalia Di Bartolo prova il Cantabile dell’Aria, Pietro La Greca Pianista
Splendida la musica e, superati gli scogli tecnici, presenti soprattutto in una linea di canto basata su un SI bemolle da non perdere mai di vista per non calare di tono quando la voce è priva d’accompagnamento per lunghe frasi (Bellini tende sempre "trappole" infernali ai cantanti), deliziosa da eseguire l’interpretazione; come in quel pianissimo da tenere sulle parole "i miei sospiri". Il fiato emesso per pronunciare, cantando, quelle due parole sembra vorticare intorno, profumare l’aria e svanire, nell’inganno del sogno e nel dolore della realtà.
 
Tutto il brano va eseguito modulando la voce, senza "picchi" se non in determinati punti nodali; senza fretta; una specie di "piacere del dolore". Stupenda Poesia in Musica.

E allora, l’"altra Giulietta", la Juliette tutta francese, quella di Gounod, dall’Opera "Roméo et Juliette", come fa a piacere anche lei al Soprano in questione? L’adora, perché è "l’altra faccia" di Giulietta.

La si vede fanciulla felice, all’inizio, nell’Opera, mentre la Giulietta di Bellini è da subito destinata al "martirio".

Dunque, quel "Je veux vivre", ariette-valse tutto francese della Juliette di Gounod, al primo atto anch’esso, è assai ghiotto per l’interprete che se lo possa permettere per qualità di voce ed estensione; è inebriante, coinvolgente, entusiasmante.

Un turbine di note intervallate da pause tra un’acciaccatura ed un’appoggiatura che durano pagine intere di valzer. Difficili, senza dubbio, ma fluide. Vengono fuori dalle labbra prima che dall’anima, pur toccando anch’essa.

Un altro vortice, questo…un vortice di veli, di sorrisi, di speranze, tanto più belle quanto più si sappiano destinate alla disperazione ed alla morte. Anche Gounod è un mago.

Le parole nel libretto di Jules Barbier e Michel Carré sono semplici ed amabili:

Je veux vivre
dans le reve
qui m’enivre
long temps encor.
Douce flamme
je te garde
dans mon ame
comme un trésor.
Cette ivresse
de jeunesse
ne dure, hélas!
qu’un jour!
Plus vient l’heure
ou l’onpleure
le coer céde à l’amour.
Et le bonheur
fuit sans retour.
Ah!
Loin de l’hiver morose
laisse moi sommeiller
et respirer la rose
avant de l’effeuiller.
Ah!
Douce flamme
rest dans mon àme
comme un doux trésor
long temps encor!
Ah!

Adorabili, addirittura, queste parole; ma quel che è splendido è lo "spirito" tutto francese del personaggio che le pronuncia e come vadano cantate.

Qui in Italia, studiando il brano per prepararsi ad un terrificante Master, il nostro diligente Soprano ha rispettato pause, note staccate, abbellimenti & varie con estrema attenzione: studiare Gounod per perfezionarlo a Nizza e poi cantarlo a Parigi è cosa da fegati ben forti: il suo è di ferro.

Arriva lì preparatissima e cosa viene a sapere dalle autorevolissime Insegnanti, le lezioni delle quali si onora di seguire? Che tutti quegli staccati vanno "staccàti meno"; dunque vanno "legati"!? NO! Staccàti meno: questa è la "Tradition francaise"! E lì la tradizione è assai più importante della filologia (a volte un po’ pedante) che spesso si mette in atto qui in Italia.

L’interprete viene a sapere che Juliette quel tempo di valzer non solo deve cantarlo, ma deve dare anche l’impressione di danzarlo! E le legature più legate possibile; e le agilità con le pause in mezzo più legate possibile…Insomma: un altro pianeta.

E così, alla fine, volente o nolente, s’inchina a quella tradizione che non rientrava nelle sue italiche, filologiche corde.

E cosa ne viene fuori? Esattamente quella che dev’essere l’"altra Giulietta", che ora è diventata una scoperta entusiasmante e che l’ha definitivamente conquistata, facendo dell’intera "Opéra Francaise" un altro pianeta, da visitare ed esplorare ancora, con reverenza, ammirazione e rispetto.

Ora la nostra amica le adora entrambe, le due Giuliette, e ne consiglia vivamente l’ascolto a tutti gli appassionati del Melodramma.

Inserita il 13 – 01 – 08
Fonte: Natalia Di Bartolo
 
 
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...