Tecnica teatrale in pillole: COME TI SALTO LA CABALETTA, Opera: vezzi e malvezzi

 
verdiassorto
Verdi "assorto", 1845
 
Cabaletta, mon amour…Croce e delizia di tutti i cantanti lirici, soprani soprattutto, che si sono impelagati, chi più, chi meno, in parti che le comportano, sul palcoscenico…Ma bisogna vedere quale palcoscenico. La questione non è indifferente, anzi: qui non si parla di "notorietà" o "prestigio" dell’eventuale teatro, ma proprio della "gestione" direttoriale e, in genere musicale, delle messe in scena.

Bene; chi scrive non vuol essere campanilista, ma non può fare a meno di dire che un Trovatore, con tanto di Pavarotti, Marton e Milnes, direttore l’immarcescibile Levine, 1988, al Metropolitan di New York, in Italia avrebbe suscitato quanto meno inquietudine in platea.

Invece, applausi su applausi, mentre Eva Marton non esegue disinvoltamente la cabaletta del terzo atto "Tu vedrai che amore in terra", che segue il celeberrimo cantabile "D’amor sull’ali rosee" e va via di scena, lasciando velocemente il passo alla scena IV, protagonista iniziale il Conte di Luna.

Nessuno se n’è accorto? La Marton aveva una licenza speciale? Chi scrive resta perplessa e riflette sul fatto che, morto Pavarotti, viva Pavarotti recorded!

Se per trasmettere in TV un "Il trovatore" con il Divino (nessuno ne mette in dubbio le qualità) ci si deve sorbire non solo un orrido Ferrando, che nel primo atto fa il cenno di raccogliere le ceneri del bambino bruciato, dal fuoco che arde al centro del palcoscenico, e di buttarle via, come se avessero arrostito una coscia di tacchino, anziché una creatura innocente; ma soprattutto una Marton assolutamente fuori parte, nonostante gli innegabili pregi della voce, meglio cambiare canale.

Eva Marton: gran "sopranone drammatico", voce scura, potente, ben sostenuta, ben emessa, ma di estensione regolare e che, già ad un trillo, entra in crisi: le agilità non sono mai state il suo forte. Eppure, l’aver "taciuto" la cabaletta verdiana non ha inciso sul fatto che il suo cantabile "solitario" fosse applauditissimo e che la cantante, alla fine, venisse portata ugualmente pressoché in trionfo.

Allora? La "filosofia" di tali accadimenti tutt’altro che casuali, potrebbe essere racchiusa in una semplice frase: "Jamais cambiare soprano: cambiamo l’Opera, invece!"

E fu così che il soprano "saltò" la cabaletta. Operazione arbitraria, ovviamente, per la quale Peppino, almeno per un mese, si rigirò nel sacello, ma ignorata da un pubblico tutto U.S.A esaltato all’inverosimile dalle prodezze di Pavarotti tanto da accettare un Milnes attempato che, nell’intonare "Leonora è mia", per farsi sentire già da metà platea avrebbe avuto bisogno del microfono e, soprattutto, la suddetta Marton che pareva dicesse: "Verdi? IO sono la Primadonna!".

E’ stata citata un’edizione dell’Opera verdiana che ci è stata recentemente ammannita in televisione, ma se ne potrebbero citare molte altre, in cui detta legge il suddetto principio, del "ciò che è scritto è scritto, ma io lo cambio come mi serve". Sì, è vero che Levine porge ai cantanti l’accompagnamento su un piatto d’argento, assecondandone le necessità e camuffandone i difetti, ma la tanto decantata "filologia" dov’è andata a finire?

Probabilmente si tratta anche di un modo d’intendere il "prodotto musicale" da eseguire, tenendo conto del gusto di un pubblico che ancora cronometra la durata degli acuti e che si lascia blandire anche solo da una cadenza ben eseguita.

Ma, cambiando l’ordine dei fattori, a quanto pare, il prodotto non cambia: nello stesso periodo, in Australia, una Sutherland ancora ascoltabile torturava sempre il povero Trovatore, riscrivendo (o facendosi riscrivere dal coniuge) ed eseguendo con trionfale successo, inedite variazioni proprio nella cabaletta che la Marton ha "saltato". Una seduta spiritica ha richiamato Verdi in vita ed egli, seduta stante (appunto), le ha riscritto la parte per intero, inventandole cadenze e sovracuti degni della migliore Regina della Notte? Resta un mistero (doloroso).

Tutto ciò non può che lasciare perplessi ed è associabile ad un altro "malvezzo", oggi, per fortuna, praticamente scomparso dai palcoscenici, ma con il quale l’appassionato deve fare ancora i conti nelle registrazioni che ama; ed il cantante negli spartiti che trova in circolazione: le Opere straniere con il libretto tradotto in italiano e viceversa.

Tale pessima abitudine, ovunque dilagata intorno agli anni ’20 del secolo scorso, conobbe negli anni ’50 il proprio periodo d’oro e fu in auge addirittura fino ai primi anni ’70. Chi scrive, ricorda ancora, da bambina, Carmen, la gitana, cantare con voce stentorea: "L’amor è uno strano augello…". Un incubo!

Per fortuna, da quegli anni in poi, la filologia musicale è stata di nuovo presa in considerazione; e ciò ha fatto sì che si ripristinassero, praticamente ovunque, le rappresentazioni delle Opere in lingua originale.

Neanche gli autori meno rappresentati, come Meyerbeer, per esempio, erano scampati a questo disastro verbal-musicale…ed ecco che così, oggi, ancora circolano spartiti con versioni in italiano di tale autore: chi vuol cantarlo in francese, com’è l’originale, deve prima procurarsi il testo e poi lavorare di bianchetto. Ciò è accaduto a chi scrive, per esempio, con la riduzione per pianoforte e voce di "O beau pays de la Turaine", da "Les Huguenots", in cui ha dovuto sostituire il testo in italiano con l’originale in francese.

Chi ama Verdi, poi, ha da rodersi il fegato, per esempio, con l’"Aida" in tedesco. Il Führer, ovviamente, gongolava, nell’ascoltare, fra gli altri, Richard Tauber, tenore; un RadameSS eccellente, soprattutto quanto a pronuncia tedesca.

Tauber…Riaffiora dalle brume del tempo…Si sa poco di lui: 16 Maggio 1891, Sabato, nasce a Linz (dall’attore Richard Anton e dalla soubrette Denemy-Seiffert) il tenore e compositore Richard (Denemy) Ernst Carl (Seiffert) Tauber, noto come il tenore prediletto di Franz Lehàr.

Un tenore "da operetta", quindi; Operetta colta, non lo si mette in dubbio, ma pur sempre Operetta! Egli viene "scaraventato" nei panni di un improbabile Radames e ne restano vestigia sonore dignitose, quanto ad emissione, ma indecenti quanto a traduzione!

Ma l’amatore, se vuole, può fare il contrario: ascoltare deliziato un Gigli in falsettone che flauta un brano della Manon di Massenet in italiano…Nonostante tutto, però, forse è meglio che ascoltare Giuseppe Di Stefano cantare in francese "Les pecheurs de perles" di Bizet: una pronuncia siculo-italo-francese da sincope. Fra due mali, dunque, si scelga il minore…ma qual è?

Sorridiamo…

Inserita il 08 – 02 – 08
Fonte: Natalia Di Bartolo
 
 
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