MILANO: alla SCALA, DON CARLO di Verdi apre la STAGIONE LIRICA 2008-09

 
La recensione di Natalia Di Bartolo

Grande attesa al Teatro alla Scala di Milano per questa sofferta prima del “Don Carlo” di Giuseppe Verdi, Opera in quattro atti su Libretto di François-Joseph Méry e Camille Du Locle, traduzione italiana di Achille de Lauzières e Angelo Zanardini, nuova produzione del Teatro milanese, che si è tenuta a partire dalle 18 del 7 dicembre 2008 e che ha mobilitato non solo la Direzione del Teatro, che ha dovuto effettuare due sostituzioni d’interpreti all’ultimo momento, fra cui quella del protagonista Don Carlo, che è stato impersonato dal tenore Stuart Neill al posto di Giuseppe Filianoti (che voci di corridoio davano esser stato sostituito per aver steccato all’anteprima), ma stuoli di appassionati, loggionisti e non, nonché di semplici spettatori e, come sempre, di signore ingioiellate, lustre di visagisti e ingolfate in trine, sete e velluti di sartorie varie. Uno spettacolo nello spettacolo, ovviamente e come sempre: la prima della Scala è un avvenimento annuale da non perdere, anche per chi di Opera non mastichi una nota: l’importante è esserci.

Ma, a prescindere dal pubblico variopinto che ha affollato il teatro in ogni ordine di posti, con loggione strabordante e, come spesso accade, dissensiente a suon di fischi e “buh”, questa volta nei confronti del Direttore Daniele Gatti, forse anche per via della sostituzione a sorpresa del tenore, non si può dire che questo Don Carlo sia stato un fiasco, tutt’altro: sarà stata l’atmosfera scaligera, come sempre un po’ “surriscaldata”, sarà stato il fascino che l’Opera verdiana porta in sé, certo è che in alcuni tratti ci si poteva anche sollevare un palmo dal velluto rosso della poltrona. A tratti, appunto, perché tutti gli interpreti, sebbene corretti ed apprezzati, non erano della medesima “statura” vocale, scenica ed interpretativa ed erano diretti da una specie di “tiranno” Gatti, che tirava giù dritto alla grande, senza perdonare il minimo “rubato” di chicchessia, con il risultato poco convincente di lasciare così, per esempio, al primo atto, una battuta fuori tempo il pur ottimo Rodrigo, Marchese di Posa di Dalibor Jenis, che si è avvalso di una seguente, lunga pausa scritta per riprendersi.
 

La scena dell’Auto da Fé

Questo ed altri “nèi” nella direzione sono stati colti appieno dal pubblico degli intenditori, che non hanno esitato a dimostrare al Direttore il proprio disappunto, ascoltando un’ottima orchestra ben inquadrata sì, ma che, in alcuni tratti, costringeva a sua volta i cantanti ad un canto quasi solfeggiato; nonché un volume sonoro di improba altezza per gli interpreti sul palcoscenico. I coloriti, insomma, si sono lasciati desiderare, ma nel complesso il pubblico in maggioranza ha, alla fine, applaudito anche il Direttore.

In scena, la versione italiana del 1884 (la più concisa delle cinque conosciute) curata da Verdi per la Scala, in cui nel finale il fantasma di Carlo V chiama a sé il nipote nella tomba per sottrarlo ai Frati del Sant’Uffizio. E qui ci sarebbe da discutere, perché l’elisione del primo atto, a parere di chi scrive, “toglie” parecchio all’intero snodarsi della vicenda e anche priva lo spettatore di un bagaglio di ottima musica. Ma il Direttore Gatti ha tenuto ad “aprire due tagli”, che avrebbero dovuto essere tre, se la prevista rappresentazione dello scambio di veli tra Elisabetta ed Eboli, che prelude all’errore di persona da parte di Carlo, non fosse inspiegabilmente “saltata”. Eseguito, invece, quello che segue la morte di Rodrigo, preso pari pari dall’edizione francese che lo prevede, ma che, tradotto in italiano, non ottiene, purtroppo, lo stesso effetto e, alla fine, un duetto alquanto “cavalleresco”, inserito a sua volta nel consueto duetto del quarto atto tra Carlo ed Elisabetta. Interessanti “divagazioni”…Però, a detta dello spettatore esigente, meglio tutto il primo atto, che tagli aperti un po’ qui ed un po’ lì. Ma ogni messa in scena di ogni Opera ha sempre i pro ed i contro del “ripescaggio” o del taglio: l’importante è che non si snaturi la trama; ed allora, sarebbe stato più gradito assistere all’inconsueto duetto Elisabetta-Eboli, se proprio qualche taglio si fosse voluto aprire. Ma va da sé che ciascun direttore la pensi a modo proprio e, come questa volta, possibilmente abbia "ripensamenti" all’ultimo momento.

Ferruccio Furlanetto, gran Basso d.o.c., ha giganteggiato su tutti, tenendo in pugno l’intera rappresentazione, impersonando un Filippo II duro, dolente, amoroso, in fondo, ma monarca imbrigliato nelle fosche trame della Chiesa. Gran scena quella dell’ “Ella giammai m’amò”, che è culminata in un duetto-scontro tra Bassi, con il Grande inquisitore Anatolij Kotscherga (che sostituiva Matti Salminen, indisposto), che non lesinava voce, possanza e prestanza fisica…Forse un po’ troppa, per un “Frate” novantaduenne e cieco, stranamente porporato in questa occasione.

Fiorenza Cedolins e Ferruccio Furlanetto in una scena dell’Opera scaligera

Altra vera “perla”, la Elisabetta di Fiorenza Cedolins, bella e brava, espressiva e dolente, che ha saputo superare le improbe difficoltà di una tessitura musicale medio-bassa per una soprano lirico, che necessariamente deve sconfinare nel drammatico e che ha un ruolo di energica, spossante emissione.

Altra stella, la mezzosoprano Dolora Zajick, evidentemente più a suo agio nei panni di Azucena, che in quelli della Principessa d’Eboli, che ha tuttavia saputo dar corpo al suo personaggio, con voce possente dai gravi perfettamente sostenuti e rotondi agli acuti limpidi e potenti, una rara capacità “mimetica”, che è propria solo delle grandi cantanti.

Che dire del tenore Stuart Neill, che si è ritrovato addosso il macigno di una prima alla Scala come protagonista dell’Opera? Voce gradevole e limpida, dizione sufficientemente corretta, presenza scenica “pesante” alla Pavarotti, ma portata con una certa disinvoltura, ha saputo condurre al termine una recita che si presentava davvero come un crudele trabocchetto per se stesso e per la riuscita dell’intero spettacolo.

Altro cantante da apprezzare il baritono Dalibor Jenis, un Rodrigo che è andato crescendo nel corso della rappresentazione, insieme alla rappresentazione stessa, sia come voce, che come presenza scenica. La giovane età lascia ben sperare per il futuro.

Apprezzabili anche tutti gli altri interpreti: Diogenes Randes un monaco-Carlo V, il paggio Tebaldo Carla Di Censo, il Conte di Lerma Cristiano Cremonini, l’Araldo reale Carlo Bosi, la Voce dal cielo Irena Bespalovaite, i sei deputati fiamminghi Filippo Bettoschi, Davide Pelissero, Ernesto Panariello, Chae Jun Lim, Alessandro Spina, Luciano Montanaro. Gradevole il Coro, diretto da Bruno Casoni.

Scene scarne, quasi “monastiche” e accorta regia di Stéphane Braunschweig, che ha “inventato” una sorta di “alter ego bambino” per i tre protagonisti Carlo, Elisabetta e Posa, rendendo a tratti assai suggestiva la rappresentazione, come portando sul palcoscenico dei flash-backs dei personaggi principali, che si amavano ed agivano come avevano imparato a fare condividendo un’infanzia, se non “vicina” con gli altri due per Elisabetta, quanto meno “simile” e rendendo possibile un dialogo con se stessi, proprio dell’anima di ciascun protagonista; ed anche che Carlo-bambino venisse metaforicamente tolto di mezzo prematuramente dal padre, facendolo ardere nel rogo del solenne e tetro Auto da Fè.

Una regia che ha saputo, nonostante qualche momento di staticità, evidenziare l’eterno conflitto tra lo Stato e la Chiesa che è insito nell’Opera e che proviene dalla profonda e scettica genialità verdiana, anelante comunque e sempre alla conoscenza della verità della vita e della morte.

Gradevoli assai i costumi di Thibault van Craenenbroeck, ben calati nell’epoca e le adeguate luci di Marion Hewlett.

Insomma: una prima scaligera che non può passare inosservata, anche se non si effettuano i conteggi di quante volte sia stato rappresentato il Don Carlo alla prima e da chi sia stato diretto. Una gran “macchina", che è riuscita, anche se non costantemente, a coinvolgere lo spettatore, che si è sorbito, senza colpo ferire né sbadiglio alcuno, le ben quattro ore e dieci minuti di spettacolo che la Scala ha offerto quest’anno non solo agli spettatori paganti, ma anche a quelli rimasti in casa, rendendo possibile la trasmissione dell’Opera via cinema, televisione e radio, per un potenziale pubblico di circa sessanta milioni di spettatori in tutto il mondo. Un esempio da imitare e ripetere.

Milano, Teatro alla Scala, 7 dicembre 2008

Altre repliche:
Dicembre 2008: 10 (19:30), 12 (19:30), 14 (15:00), 16 (19:30), 19 (19:30), 21 (19:30)
Gennaio 2009: 04 (15:00 – riservato), 08 (19:30), 11 (19:30), 15 (19:30)

 
Voto: Stella StellaStella

 

 

 

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