Mese: gennaio 2009

TOMMASO SERRA pittore: un viaggio tutto all’indietro


Quando l’uomo merita,
l’artista viene premiato. E’ il caso di Tommaso Serra, pittore, che ha vinto
l’estate scorsa la IV Estemporanea
di Pittura “Capo Rossello 2008”
a Realmonte (AG) e per la quale non incidentale ragione, espone dal 22 dicembre
al 31 gennaio 2008 in
una Mostra Personale nei locali della Pro Loco di Realmonte, in Piazza Umberto
I “Carricacina”, includendo fra le opere esposte la vincitrice del Concorso,
che figura nella Collezione Privata del Comune di Realmonte.

 

L’uomo Serra trascende nel
Serra pittore: mostra quel sé di cui , probabilmente, appare essere geloso nei
rapporti interpersonali, in una delicatezza di modi ed in un’apparente
timidezza che lo tengono in riservato rapporto con il prossimo.
E’ nei dipinti del Serra
pittore, che si riconoscono il carattere della persona ed una formazione
mentale, spirituale e religiosa, che risalgono indietro nei secoli, ad un’epoca
ancestrale in cui solo il ricordo, in una specie di trance, può consentire di
penetrare.



Ed ecco, allora, che anche
al fruitore viene spontaneo addentrarsi nella spiritualità della
rappresentazione, “entrando” nei dipinti del Serra, non senza una sorta di
timorosa reverenza, la stessa che nasce naturalmente in ciascuno nell’avventurarsi
in seno all’ignoto. Tale “ignoto” è proprio il
“motore” della poetica di Tommaso Serra, in compagnia della cui pittura ci si
ritrova, quindi, in un universo tutto da esplorare, con la curiosità intelligente
del paleontologo, dell’archeologo, dell’antropologo, dello studioso di antichi riti ed usanze, ma
con la diffidenza dell’uomo moderno, che quasi non ricorda più un passato così
remoto.


Un mondo fatto di
graffiti, in cui riconoscere dati familiari, quali il cane ed il bue, ma anche antiche
corrispondenze religiose sul vento, il sole, la terra. Vi s’incontrano divinità
antichissime, torsi femminili evocanti la madre terra, ma anche l’utero, quel
quid che fa della donna il mistero e l’artefice materiale della razza umana, in
una presenza quasi costante di colei che ha “il sole nel ventre”, come recita il
graffito in uno dei dipinti.


E come possono in un
universo così antico, tanto lontano, eppure sempre presente in ognuno di noi,
mancare i numeri? Quella "Quabbalah" che fa di noi il risultato di misteriose
equazioni divine? Graffita anch’essa, ripetuta, scritta a lettere e numeri, in
un risultato sempre assolutamente imprevedibile e misterioso, dalla notte dei
tempi ad oggi.


Tutto, in Serra, è ridotto
all’essenziale: l’artista “strizza” la propria pittura, la scarnifica e la
rende “lisca” (presente anche materialmente in alcune opere) pure dal punto di
vista coloristico, usando terre, sabbie, neri inquietanti, rossi sanguigni e
rendendola sunto di ancestrali messaggi religiosi ed antropologici.


Un viaggio in un immaginario
fertile e molto meditato, quindi, che invita il fruitore a riflettere sulla
propria natura di uomo…reso tale dal soffio divino, che si riflette nella
creazione di idoli, soprattutto femminili, o dall’evoluzione darwiniana? Serra
non ce lo dice: aspetta ancora di scoprirlo, scavando nella preistoria e nel
subconscio, contemporaneamente, con la precisione e la costanza del
paleontologo e del medico insieme.


Un viaggio che richiede
coraggio, ma che invita detto fruitore a seguire un esploratore d’eccezione, in un
itinerario composito e misterioso, tutto all’indietro, verso l’ignoto. E quando
l’ignoto diventa Arte, non si può che inchinarsi al talento di chi sappia
esplorare l’imponderabile.


Natalia Di
Bartolo


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ELISABETTA DI VALOIS fra storia e teatro: Giglio di Francia alla Corte spagnola

 
Assistendo alla recente rappresentazione, nella Stagione 2008-2009 del Teatro alla Scala di Milano, al “Don Carlo” di Giuseppe Verdi, è balzata in primo piano presso il pubblico la figura di Elisabetta (o Isabella) di Valois, moglie dell’imperatore Filippo II di Spagna e personaggio mirabile nell’Opera di Verdi.

Parlarne, tra Storia e Musica, non può che far chiarezza sulla effettiva vicenda storica che vide questa giovane francese diventare regina di Spagna, al fianco di un uomo, nonché monarca, che era allora il depositario di un potere immenso.
 
Elisabetta, quindi, fu veramente moglie dell’imperatore di Spagna, figlio di Carlo V. Era la seconda figlia di Enrico II di Francia e di Caterina de’ Medici ed era nata a Fontainebleau, il 2 aprile 1545.

 
Sofonisba Anguissola: Elisabetta di Valois
La pace di Cateau-Cambrésis, firmata nell’aprile del 1559 tra Inghilterra e Francia da una parte, Francia e Spagna dall’altra, prevedeva l’abbandono di tutte le conquiste francesi in Italia avvenute negli ultimi ottant’anni. Per suggellare la pace nei rapporti tra i due Paesi, fu previsto proprio il matrimonio della principessa Elisabetta con Filippo II di Spagna.

Il 15 giugno, il duca d’Alba si presentò come pretendente per procura alla mano di Elisabetta, per conto del suo signore Filippo II, e il 21 il matrimonio fu celebrato, benché la sposina non avesse ancora raggiunto la pubertà.

Ella, dunque, sposò Filippo nel 1559 a soli quattordici anni. Giovinetta esile e di fragile costituzione, la giovanissima regina aveva circa venti anni meno del marito e raggiunse la pubertà solo nel 1561.

Elisabetta non ebbe lunga vita, ma diede a Filippo due figlie. Il re nutrì per lei sentimenti sinceri e si comportò sempre con lei con amorevole premura.

L’Imperatore di Spagna era già vedovo di Maria Emanuela d’Aviz, morta nel 1545 nel dare alla luce l’unico figlio che il re spagnolo avesse finora, don Carlos, e di Maria Tudor, regina d’Inghilterra, morta nel 1558, con le quali i rapporti coniugali non erano stati propriamente amorevoli.

Questa giovinetta, invece, forse gli ispirava anche una specie di paterna tenerezza e le si legò con sincera amorevolezza, soprattutto alla ricerca di un degno erede al trono di Spagna.

La storia dei due coniugi, infatti, è narrata dalle fonti praticamente solo in base ai parametri della successione dinastica e della ricerca di una gravidanza che mettesse alla luce un maschio.

Dopo un pericoloso aborto, provocato dall’insipienza dei medici, nel 1566 la regina Elisabetta risultò di nuovo incinta e si ebbero nuove manifestazioni pubbliche di gioia. Il re si fece ancora più premuroso. Certamente s’aspettava il maschio, ma non poté trattenere la gioia quando il 12 agosto nacque Isabella Clara Eugenia. Il 6 ottobre 1567, poi, sarebbe venuta alla luce la seconda figlia, Caterina Micaela.

Le due figlie di Elisabetta furono amorevolmente seguite dal padre nel loro cammino di giovani principesse reali, nonostante la sua fama di uomo duro ed implacabile: ne restano testimoni numerose lettere a loro rivolte e da loro inviate nel carteggio dell’imperatore, soprattutto per quanto riguarda Isabella Clara, luce dei suoi occhi, alla quale confidava la propria anima tormentata e dalla quale, negli anni della piena maturità, riceveva ed accettava suggerimenti, conforto e perfino filiali rimproveri.

Nel maggio del 1568 Elisabetta ebbe una nuova gravidanza. Dopo l’estate si ammalò: sveniva, aveva dei tremiti e si sentiva depressa. Iniziò a mangiare e a bere poco. I medici cominciarono di nuovo a praticarle clisteri e salassi, e così la mattina del 3 ottobre ebbe un nuovo aborto: un’altra femmina. Nella sera dello stesso giorno, Elisabetta spirò.

Filippo assistette la moglie fino all’ultimo e, dopo la sua morte, si ritirò addolorato per alcune settimane nel monastero di San Girolamo, senza voler vedere nessuno.

Cause dinastiche lo spinsero poi, nel 1570, a risposarsi con la nipote Anna d’Austria, da cui ebbe il sospirato erede maschio, il futuro Filippo III.

L’Infanta Isabella avrebbe in seguito sposato il cugino Alberto d’Asburgo e assunto il governo dei Paesi Bassi; l’Infanta Caterina Micaela sarebbe andata invece sposa a Carlo Emanuele I di Savoia, a cui avrebbe dato ben dieci figli.

La storia, dunque, ci narra che la regina Elisabetta di Valois ebbe vita ritirata e breve e poco si sa di lei, se non delle sue vicissitudini per dare un erede al marito imperatore. Nell’Opera, invece, è umanissima donna, innamorata di Don Carlo, Principe delle Asturie (Valladolid, 8 luglio 1545 – Madrid, 24 luglio 1568) figlio proprio di Filippo II e di Maria Emanuela d’Aviz, nonché, finché non nascesse un degno sostituto, erede al trono di Spagna.

 
Alonso Sànchez Coello: don Carlo, Infante di Spagna

Storicamente parlando, don Carlo era un giovane rachitico e psicotico, che soffriva di emicranie lancinanti, preda di raptus di violenza; che era spesso vittima di attacchi di tipo epilettico (per uno di questi cadde rovinosamente dalle scale, battendo la testa ed aggravando, così, il già precario stato della sua salute). Una volta stava per precipitare dalla finestra il suo precettore e questi si salvò soltanto per l’interevento solerte della servitù.

Nel corso della sua breve vita, Carlo finì davvero in prigione per volere del padre, ma non, come nell’Opera, per via della nobile causa della libertà delle Fiandre, ma per motivi ben più modesti, fra cui quello di tenerlo quanto più possibile lontano dalla Corte, dove non era certo un bell’esempio di erede al trono e soprattutto, nel 1567 , per aver ordito una congiura contro il padre.

Morì nel 1568, a 23 anni. Si pensò addirittura che il padre avesse voluto farlo uccidere, per vendicarsi del complotto ordito contro di lui.

Nella realtà storica, non si hanno notizie certe sui rapporti tra Carlo e la giovane Elisabetta. Si sa soltanto che, vicini per età, i due intesserono un rapporto amichevole e di confidenza, di gioco, addirittura, poiché legato anche alla loro condizione di giovinetti. Ma di amore fra i due la storia non parla attraverso i documenti certi che ne fanno, com’è giusto, una scienza.
 
Nell’Opera di Verdi, invece, l’amore disperato fra la regina ed il figlio del marito è fulcro e significante attraverso il quale passa l’infelicità della giovane donna, prima promessa al figlio e poi, forzatamente, per motivi politici, sposa del padre.

Il conflitto fra amore e dovere permea l’Opera intera e rende "melodrammatico", nell’accezione più positiva del termine, il personaggio femminile.

Elisabetta, nell’Opera, è donna forte, che prima cede alla ragion di stato e poi al dovere di madre acquisita, soffocando in se stessa e nel proprio ruolo di regina un amore disperato verso il coetaneo Carlo, anch’egli perdutamente innamorato della promessa sposa, a lui strappata dalla politica e da potere.

Ma se, nell’Opera, Carlo è pur sempre storicamente malvolentieri soggetto al padre, di salute malferma, psicologicamente fragile, propenso alle lacrime, disperato, Elisabetta è ferma nella propria integerrima "purezza" e senso del dovere.

Questi sono addirittura storicamente provati, nel contrasto che la madre Caterina ebbe con lei, riguardo all’usare l’influenza della figlia nei rapporti politici con Filippo II; Elisabetta volle sempre dimostrarsi ciò che era diventata: una regina spagnola, leale al marito ed alla politica dell’Impero. Una donna di carattere, quindi, che nell’opera reagisce all’azione subdola perpetrata dalla principesa di Eboli, innamorata di Carlo e convinta che Elisabetta e Carlo fossero amanti.

la Eboli aveva fatto credere a Filippo che la moglie lo tradisse col figlio. Lo scrigno dei gioielli della regina, specchio purissimo della sua anima sofferente, dalla principessa rubato e consegnato a Filippo per scatenare per vendetta la tragedia, conteneva il ritratto di Carlo. Elisabetta si difende di fronte al marito di un’accusa infamante, ricordandogli con orgoglio e fermezza che è una Regina e che, prima di essere promessa a lui, era stata promessa a Carlo. L’imperatore, furibondo, la colpisce. Ella non cede e, quando Eboli, accorsa al richiamo dell’imperatore (“Soccorso alla regina!”) le si presenta accanto e la sorregge, in preda al rimorso confessa alla regina la propria colpa, che non solo è quella di averla calunniata, ma anche quella di essere stata amante dell’imperatore.

Elisabetta è regina anche in questo tremendo frangente. Fattasi riconsegnare la croce di Dama di Corte, pur potendo vendicarsi ben più severamente, le intima di scegliere fra il convento e l’esilio e la bandisce dalla Corte spagnola.
 
Ciò che nell’Opera è stato "costruito è, comunque, assai verosimile. Del resto proprio Verdi sosteneva che nell’Opera “bisogna inventare il vero”.

E’ verosimile che, anche storicamente, la giovane regina rimpiangesse sempre la Francia e la sua Corte, che in confronto a quella di Spagna, severa, oscura, in preda al potere sanguinario della Santa Inquisizione, poteva apparire come un Paradiso di luce e gioia.

Pur tenendola in secondo piano, la storia stessa ci insegna comunque a guardare a questa giovane donna come ad un esempio di rettitudine…nell’Opera tutto ciò viene esaltato e sottolineato; in particolar modo in una tra le più belle pagine di musica verdiana: "Tu che le vanità conoscesti del mondo", al quarto (o quinto) atto. Un’invocazione, quasi preghiera, a Carlo V imperatore, un addio alla vita ed alla felicità.

Don Carlo si è sempre presentato alla fantasia dei tragediografi, dei poeti e dei musicisti come figura di grande interesse umano e plausibile pedina politica di ruolo primario nella Corte spagnola di Filippo II; e nella storia che lo riguarda, importante posto occupa sempre la giovane Elisabetta di Valois: il "colpo di teatro" del "figlio" che ama la "madre" è un assai ghiotto ingrediente drammaturgico.

Vittorio Alfieri ne trasse ispirazione, scrivendo la tragedia “Filippo" nel 1775; Friedrich Schiller trattò poi la vicenda dei due personaggi nella tragedia storica "Don Carlos, Infant von Spanien", completata nel 1787.

Proprio dal lavoro letterario di Schiller deriva l’opera di Giuseppe Verdi (Don Carlos), rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1867, su libretto di Joseph Mery e Camille Du Locle.

La prima rappresentazione dell’Opera verdiana, in cinque atti e in lingua francese, ebbe luogo l’11 marzo 1867 al Théâtre de l’Académie Impériale de Musique di Parigi. In seguito l’opera fu tradotta in italiano da Achille de Lauzières e rimaneggiata dal Verdi a più riprese.

In ciascuna delle versioni drammaturgiche, la figura di Elisabetta viene comunque fuori valorizzata e pregnante: un ottimo passaporto per una meritata immortalità.

 
Inserita il 13 – 01 – 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
 
 

Cinque dipinti di GIOVANNI PROIETTO adornano l’Aula Consiliare di Realmonte (AG)

 

Si è svolta il 3 gennaio 2009 la cerimonia di inaugurazione del polittico di dipinti donati dal pittore Giovanni Proietto alla Sala Consiliare del Municipio di Realmonte.

 

 

Il pittore Giovanni Proietto

Il pittore Giovanni Proietto

  

Giovanni Proietto, nato meno di quaranta anni fa ad Alessandria della Rocca (AG), ma felicemente residente da Realmonte da diversi anni, opera da sempre nel campo delle Arti Visive, dando il proprio contributo di pittore, legato al figurativo, ma con una concezione assolutamente originale di temi, scorci e tecniche. 

Il polittico donato al Municipio, formato da cinque grandi tele, che sfiorano ciascuna i due metri per due, rappresenta un vasto scorcio della splendida costa realmontese. In particolare, i tre dipinti sulla parete centrale di fondo conducono il fruitore dalla Scala dei Turchi al faro di capo Rossello. Gli altri due, collocati lateralmente, rappresentano la costa con la Torre di Monterosso ed una veduta marina attraverso un cancello aperto a metà e che realmente esiste.

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La cerimonia ha avuto inizio con un intervento di saluto del presidente del Consiglio Comunale dott. Giovanni Coco, ed è proseguita con gli interventi di saluto e presentazione del Sindaco, ing. Giuseppe Farruggia e dell’Assessore alla Cultura, prof. Paolo Salemi, che ha agito, durante la serata, anche da moderatore.

 

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Subito dopo, si è operata la scopertura dei dipinti, appositamente ricoperti da drappi di stoffa per essere celati alla vista. La visione delle opere ha suscitato un sincero e sentito applauso da parte di tutto il numeroso pubblico intervenuto.

 

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 Dopo un breve intervento verbale, colmo d’emozione e gioia, dell’autore Giovanni Proietto, si sono avvicendati, a seguire, gli interventi degli addetti ai lavori: relatori il prof. Nuccio Mula, il prof. Paolo Cottone, il dott. Filippo Sciacca ed il sacerdote don Calogero Proietto, fratello gemello del pittore e pittore anch’egli. Fra i relatori mancava all’appello la dott.ssa Natalia Di Bartolo, trattenuta da una fastidiosa influenza di stagione.

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L’intervento dei relatori ha tenuto a sottolineare non solo la valenza artistica dei dipinti, di ottima fattura e resa, ma anche lo spirito con cui questi sono stati donati al Municipio di Realmonte, da un artista sincero e generoso, che ha arricchito la Sala Consiliare, finora assolutamente spoglia, di un patrimonio artistico che resterà negli anni e che andrà sotto gli occhi di ogni altra Amministrazione che dovesse insediarsi in futuro nella cittadina dell’agrigentino.

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Un monito, quasi, a che l’Arte e la Cultura siano sempre sotto gli occhi degli amministratori, così come sotto quelli degli attuali, che stanno portando in palmo di mano proprio tali fondamentali realtà dello Spirito e del Lavoro umano, in un territorio baciato dallo splendore della Natura, ma in cui i beni artistici e culturali non erano mai stai presi prima in considerazione, né valorizzati, né ricercati, né coltivati.

Un atteso evento, quindi, quello del 3 gennaio, che segna un significativo momento di evoluzione del senso estetico e della propensione alla Cultura a Realmonte; essi trovano in questa antichissime, profonde radici, ma necessitano di avvenimenti come quello sopra descritto per focalizzare quali siano gli intenti ed il percorso da seguire, affinché la tanto auspicata evoluzione artistico-culturale s’insedi nel territorio e definitivamente dia i frutti sperati.

 

Natalia Di Bartolo

 

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