ELISABETTA DI VALOIS fra storia e teatro: Giglio di Francia alla Corte spagnola

 
Assistendo alla recente rappresentazione, nella Stagione 2008-2009 del Teatro alla Scala di Milano, al “Don Carlo” di Giuseppe Verdi, è balzata in primo piano presso il pubblico la figura di Elisabetta (o Isabella) di Valois, moglie dell’imperatore Filippo II di Spagna e personaggio mirabile nell’Opera di Verdi.

Parlarne, tra Storia e Musica, non può che far chiarezza sulla effettiva vicenda storica che vide questa giovane francese diventare regina di Spagna, al fianco di un uomo, nonché monarca, che era allora il depositario di un potere immenso.
 
Elisabetta, quindi, fu veramente moglie dell’imperatore di Spagna, figlio di Carlo V. Era la seconda figlia di Enrico II di Francia e di Caterina de’ Medici ed era nata a Fontainebleau, il 2 aprile 1545.

 
Sofonisba Anguissola: Elisabetta di Valois
La pace di Cateau-Cambrésis, firmata nell’aprile del 1559 tra Inghilterra e Francia da una parte, Francia e Spagna dall’altra, prevedeva l’abbandono di tutte le conquiste francesi in Italia avvenute negli ultimi ottant’anni. Per suggellare la pace nei rapporti tra i due Paesi, fu previsto proprio il matrimonio della principessa Elisabetta con Filippo II di Spagna.

Il 15 giugno, il duca d’Alba si presentò come pretendente per procura alla mano di Elisabetta, per conto del suo signore Filippo II, e il 21 il matrimonio fu celebrato, benché la sposina non avesse ancora raggiunto la pubertà.

Ella, dunque, sposò Filippo nel 1559 a soli quattordici anni. Giovinetta esile e di fragile costituzione, la giovanissima regina aveva circa venti anni meno del marito e raggiunse la pubertà solo nel 1561.

Elisabetta non ebbe lunga vita, ma diede a Filippo due figlie. Il re nutrì per lei sentimenti sinceri e si comportò sempre con lei con amorevole premura.

L’Imperatore di Spagna era già vedovo di Maria Emanuela d’Aviz, morta nel 1545 nel dare alla luce l’unico figlio che il re spagnolo avesse finora, don Carlos, e di Maria Tudor, regina d’Inghilterra, morta nel 1558, con le quali i rapporti coniugali non erano stati propriamente amorevoli.

Questa giovinetta, invece, forse gli ispirava anche una specie di paterna tenerezza e le si legò con sincera amorevolezza, soprattutto alla ricerca di un degno erede al trono di Spagna.

La storia dei due coniugi, infatti, è narrata dalle fonti praticamente solo in base ai parametri della successione dinastica e della ricerca di una gravidanza che mettesse alla luce un maschio.

Dopo un pericoloso aborto, provocato dall’insipienza dei medici, nel 1566 la regina Elisabetta risultò di nuovo incinta e si ebbero nuove manifestazioni pubbliche di gioia. Il re si fece ancora più premuroso. Certamente s’aspettava il maschio, ma non poté trattenere la gioia quando il 12 agosto nacque Isabella Clara Eugenia. Il 6 ottobre 1567, poi, sarebbe venuta alla luce la seconda figlia, Caterina Micaela.

Le due figlie di Elisabetta furono amorevolmente seguite dal padre nel loro cammino di giovani principesse reali, nonostante la sua fama di uomo duro ed implacabile: ne restano testimoni numerose lettere a loro rivolte e da loro inviate nel carteggio dell’imperatore, soprattutto per quanto riguarda Isabella Clara, luce dei suoi occhi, alla quale confidava la propria anima tormentata e dalla quale, negli anni della piena maturità, riceveva ed accettava suggerimenti, conforto e perfino filiali rimproveri.

Nel maggio del 1568 Elisabetta ebbe una nuova gravidanza. Dopo l’estate si ammalò: sveniva, aveva dei tremiti e si sentiva depressa. Iniziò a mangiare e a bere poco. I medici cominciarono di nuovo a praticarle clisteri e salassi, e così la mattina del 3 ottobre ebbe un nuovo aborto: un’altra femmina. Nella sera dello stesso giorno, Elisabetta spirò.

Filippo assistette la moglie fino all’ultimo e, dopo la sua morte, si ritirò addolorato per alcune settimane nel monastero di San Girolamo, senza voler vedere nessuno.

Cause dinastiche lo spinsero poi, nel 1570, a risposarsi con la nipote Anna d’Austria, da cui ebbe il sospirato erede maschio, il futuro Filippo III.

L’Infanta Isabella avrebbe in seguito sposato il cugino Alberto d’Asburgo e assunto il governo dei Paesi Bassi; l’Infanta Caterina Micaela sarebbe andata invece sposa a Carlo Emanuele I di Savoia, a cui avrebbe dato ben dieci figli.

La storia, dunque, ci narra che la regina Elisabetta di Valois ebbe vita ritirata e breve e poco si sa di lei, se non delle sue vicissitudini per dare un erede al marito imperatore. Nell’Opera, invece, è umanissima donna, innamorata di Don Carlo, Principe delle Asturie (Valladolid, 8 luglio 1545 – Madrid, 24 luglio 1568) figlio proprio di Filippo II e di Maria Emanuela d’Aviz, nonché, finché non nascesse un degno sostituto, erede al trono di Spagna.

 
Alonso Sànchez Coello: don Carlo, Infante di Spagna

Storicamente parlando, don Carlo era un giovane rachitico e psicotico, che soffriva di emicranie lancinanti, preda di raptus di violenza; che era spesso vittima di attacchi di tipo epilettico (per uno di questi cadde rovinosamente dalle scale, battendo la testa ed aggravando, così, il già precario stato della sua salute). Una volta stava per precipitare dalla finestra il suo precettore e questi si salvò soltanto per l’interevento solerte della servitù.

Nel corso della sua breve vita, Carlo finì davvero in prigione per volere del padre, ma non, come nell’Opera, per via della nobile causa della libertà delle Fiandre, ma per motivi ben più modesti, fra cui quello di tenerlo quanto più possibile lontano dalla Corte, dove non era certo un bell’esempio di erede al trono e soprattutto, nel 1567 , per aver ordito una congiura contro il padre.

Morì nel 1568, a 23 anni. Si pensò addirittura che il padre avesse voluto farlo uccidere, per vendicarsi del complotto ordito contro di lui.

Nella realtà storica, non si hanno notizie certe sui rapporti tra Carlo e la giovane Elisabetta. Si sa soltanto che, vicini per età, i due intesserono un rapporto amichevole e di confidenza, di gioco, addirittura, poiché legato anche alla loro condizione di giovinetti. Ma di amore fra i due la storia non parla attraverso i documenti certi che ne fanno, com’è giusto, una scienza.
 
Nell’Opera di Verdi, invece, l’amore disperato fra la regina ed il figlio del marito è fulcro e significante attraverso il quale passa l’infelicità della giovane donna, prima promessa al figlio e poi, forzatamente, per motivi politici, sposa del padre.

Il conflitto fra amore e dovere permea l’Opera intera e rende "melodrammatico", nell’accezione più positiva del termine, il personaggio femminile.

Elisabetta, nell’Opera, è donna forte, che prima cede alla ragion di stato e poi al dovere di madre acquisita, soffocando in se stessa e nel proprio ruolo di regina un amore disperato verso il coetaneo Carlo, anch’egli perdutamente innamorato della promessa sposa, a lui strappata dalla politica e da potere.

Ma se, nell’Opera, Carlo è pur sempre storicamente malvolentieri soggetto al padre, di salute malferma, psicologicamente fragile, propenso alle lacrime, disperato, Elisabetta è ferma nella propria integerrima "purezza" e senso del dovere.

Questi sono addirittura storicamente provati, nel contrasto che la madre Caterina ebbe con lei, riguardo all’usare l’influenza della figlia nei rapporti politici con Filippo II; Elisabetta volle sempre dimostrarsi ciò che era diventata: una regina spagnola, leale al marito ed alla politica dell’Impero. Una donna di carattere, quindi, che nell’opera reagisce all’azione subdola perpetrata dalla principesa di Eboli, innamorata di Carlo e convinta che Elisabetta e Carlo fossero amanti.

la Eboli aveva fatto credere a Filippo che la moglie lo tradisse col figlio. Lo scrigno dei gioielli della regina, specchio purissimo della sua anima sofferente, dalla principessa rubato e consegnato a Filippo per scatenare per vendetta la tragedia, conteneva il ritratto di Carlo. Elisabetta si difende di fronte al marito di un’accusa infamante, ricordandogli con orgoglio e fermezza che è una Regina e che, prima di essere promessa a lui, era stata promessa a Carlo. L’imperatore, furibondo, la colpisce. Ella non cede e, quando Eboli, accorsa al richiamo dell’imperatore (“Soccorso alla regina!”) le si presenta accanto e la sorregge, in preda al rimorso confessa alla regina la propria colpa, che non solo è quella di averla calunniata, ma anche quella di essere stata amante dell’imperatore.

Elisabetta è regina anche in questo tremendo frangente. Fattasi riconsegnare la croce di Dama di Corte, pur potendo vendicarsi ben più severamente, le intima di scegliere fra il convento e l’esilio e la bandisce dalla Corte spagnola.
 
Ciò che nell’Opera è stato "costruito è, comunque, assai verosimile. Del resto proprio Verdi sosteneva che nell’Opera “bisogna inventare il vero”.

E’ verosimile che, anche storicamente, la giovane regina rimpiangesse sempre la Francia e la sua Corte, che in confronto a quella di Spagna, severa, oscura, in preda al potere sanguinario della Santa Inquisizione, poteva apparire come un Paradiso di luce e gioia.

Pur tenendola in secondo piano, la storia stessa ci insegna comunque a guardare a questa giovane donna come ad un esempio di rettitudine…nell’Opera tutto ciò viene esaltato e sottolineato; in particolar modo in una tra le più belle pagine di musica verdiana: "Tu che le vanità conoscesti del mondo", al quarto (o quinto) atto. Un’invocazione, quasi preghiera, a Carlo V imperatore, un addio alla vita ed alla felicità.

Don Carlo si è sempre presentato alla fantasia dei tragediografi, dei poeti e dei musicisti come figura di grande interesse umano e plausibile pedina politica di ruolo primario nella Corte spagnola di Filippo II; e nella storia che lo riguarda, importante posto occupa sempre la giovane Elisabetta di Valois: il "colpo di teatro" del "figlio" che ama la "madre" è un assai ghiotto ingrediente drammaturgico.

Vittorio Alfieri ne trasse ispirazione, scrivendo la tragedia “Filippo" nel 1775; Friedrich Schiller trattò poi la vicenda dei due personaggi nella tragedia storica "Don Carlos, Infant von Spanien", completata nel 1787.

Proprio dal lavoro letterario di Schiller deriva l’opera di Giuseppe Verdi (Don Carlos), rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1867, su libretto di Joseph Mery e Camille Du Locle.

La prima rappresentazione dell’Opera verdiana, in cinque atti e in lingua francese, ebbe luogo l’11 marzo 1867 al Théâtre de l’Académie Impériale de Musique di Parigi. In seguito l’opera fu tradotta in italiano da Achille de Lauzières e rimaneggiata dal Verdi a più riprese.

In ciascuna delle versioni drammaturgiche, la figura di Elisabetta viene comunque fuori valorizzata e pregnante: un ottimo passaporto per una meritata immortalità.

 
Inserita il 13 – 01 – 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
 
 
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