Mese: marzo 2009

ADDIO all’Amico SIMONE MODICA

E’ venuto a mancare ieri, 22 marzo 2009, in brevissimo tempo, a soli 46 anni, Simone Modica, un caro amico, vicino al Laboratorio Pitturando ed alle sue attività.



Quale
Artista anch’egli, musicista (suonava il contrabbasso, la chitarra ed il
mandolino, nonché cantava, in gruppi di musica etnica, come quello de
"I Dioscuri", e leggera) era
vicino al Comune di Realmonte e partecipe delle attività ed iniziative del "Laboratorio Pitturando".

Lo ricordiamo, inoltre, come un grande esperto di computer, creatore e supervisore del sito ufficiale del Comune di Realmonte sul web.

Il Laboratorio Pitturando, quale Associazione e quale insieme di singoli Artisti, lo ricorda con l’affetto ed il rimpianto che si nutrono per chi ci lascia troppo presto.


ADDIO, SIMONE!

Gli Amici del Laboratorio Pitturando

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Tecnica teatrale in pillole: IL TENORE IN FALSETTO, Opera, vezzi e malvezzi


E’ ovvio che il Canto lirico si studi.


Non parlo dello spartito che, è naturale, si deve studiare, altrimenti
si canterebbe ad orecchio e non sarebbe un canto professionale, ma solo
una banale imitazione di suoni [anche se dicono che alcuni cantanti,
fra cui, in particolare, due celebri tenori del passato (non faccio
nomi, ma questo si dice e questo riferisco) non conoscessero una nota
scritta!], ma della TECNICA VOCALE, ovvero di quella materia che
insegni al/alla cantante ad emettere i suoni correttamente, secondo
canoni più o meno codificati, che variano non solo da insegnante ad
insegnante e da scuola a scuola, ma anche da nazione a nazione.



In Italia, la tecnica di emissione dei suoni è assai variabile: varia
da insegnante ad insegnante e da scuola a scuola e nessuno ha mai
codificato realmente (alcuni ci hanno provato pubblicando manuali, che
restano soltanto teoria) il "sistema" di corretta emissione che serva a
cantare l’Opera italiana, che ha un excursus di tempo assai ampio: dal
barocco ai nostri giorni. Perché nessuno l’ha fatto? Perché nessuno
avrebbe potuto, nè potrà mai farlo!



Mi spiego meglio.



Fermo restando il meccanismo del muscolo trapezioidale sotto
l’ombelico, che aiuta a governare il diaframma, il quale ha il compito
di sostenere l’aria inspirata nei polmoni in quantità superiore al
normale, poiché, respirando col diaframma, con il graduale esercizio,
si allargano le cosiddette costole fluttuanti, che consentono una
maggiore "scorta" di ossigeno, ciò che è il meccanismo laringe-corde e,
sopratutto, palato molle e "maschera" (ovvero le cavità del teschio,
usate come risuonatori, ma soprattutto la muscolatura facciale), non
può, ripeto NON PUO’ essere codificata. Perché? Perché ciascuno di noi
ha una propria conformazione del teschio e della muscolatura facciale
e, quindi, ciò che vale per uno/a, può non valere per l’altro/a.



Invece (si dirà) i francesi, o i tedeschi, o i coreani hanno
conformazioni tutte uguali e codificabili? Ovviamente no! neanche loro:
nel loro insegnamento tecnico s’insinua però o la tradizione, seguita
quale culto (per i francesi, per esempio); o, nel caso dei tedeschi, la
necessità di ottenere suoni particolari, adatti al loro repertorio; o,
nel caso dei coreani o degli orientali in genere, la fortuna di avere
una maschera ossea con gli zigomi alti, il viso largo, il setto nasale
altrettanto largo , grandi risuonatori: ecco perché i coreani sono
spesso molto più bravi di altri: non perché la loro scuola sia
migliore, ma perché la loro razza consente loro dei privilegi che noi
non possediamo.



Per tornare a noi italiani, caucasici di razza bianca, i nostri visi
hanno le conformazioni più diverse, i nostri nasi altrettanto…Come si
può spiegare ad un aspirante cantante lirico cosa deve fare, se non
dandogli indicazioni basilari, ma generiche? Sono solo generiche, è
vero, ma BASILARI e, quindi, da rispettare.



Si impiegano anni, prima di comprendere tutti i meccanismi
d’inspirazione e di espirazione volta all’emissione di un suono che sia
una nota musicale, proprio perché si lavora sempre e solo su se stessi.
Questo lascia, ovviamente, grande libertà al singolo, ma non può
prescindere dai suddetti obbligatori passaggi d’insegnamento (come
posizionare le labbra, come la lingua, come i muscoli del viso), che
vanno seguiti.



Solo dopo molto duro lavoro, finalmente, il cantante normo-dotato
raggiungerà la padronanza di un suono correttamente emesso e, quindi,
"girato", dotato di volume, armonici e quant’altro.



Adesso, prendiamo un esempio di tenore immortalato dalla storia del
teatro ed idolatrato dalle folle: Giuseppe Di Stefano. Anch’egli, come
tutti i suoi colleghi, non era esente da vezzi e malvezzi.


Il tenore Giuseppe Di Stefano



Ci troviamo negli anni ’50 del secolo scorso. Erano gli anni
dell’entusiasmo per la lirica. I Compositori più illustri, tra cui
Puccini, non erano morti che da relativamente poco e tutto il mondo
musicale era pervaso dall’entusiasmo per questo genere di musica. Ecco,
quindi, che si affacciavano sulla scena volti e voci "nuove", che,
spesso, erano lanciate allo sbaraglio, facendole forti delle proprie
doti naturali.



In cosa consistono le "doti naturali"? Nel possedere una maschera
idonea al canto, corde robuste che "tengano" nel tempo, ma,
soprattutto, capacità di emissione che non vadano disperatamente
cercate negli anni, ma che vengano fuori fa sé: le doti naturali
dell’emissione fanno di un aspirante tenore che studi da un anno, un
gran cantante, rispetto ad un altro, con doti più modeste, che studi da
quattro…o giù di lì.



Bene: Di Stefano era tra questi fortunati: non ha dovuto "cercare" la
propria vocalità, ma se l’è trovata pressoché bella e pronta all’uso.
Questo, se da un lato è un privilegio, dall’altro può rappresentare un
pericolo: emissione facile può essere anche "faciloneria"
nell’emissione. Non è il caso di Di Stefano, ma si deve riconoscere in
lui la completa libertà di tale emissione, nei mezzi sì, ma anche nei
modi.



Purtroppo ci restano pochi filmati che lo riguardano, ma se andassimo a
guardare attentamente qual’era la postura della sua maschera,
rileveremmo certo espressioni che non corrispondono a quei pochi canoni
che s’insegnano nelle scuole e che io ritengo, come ho detto sopra,
"basilari"



Sbagliava a fare così? Sbagliava nella misura in cui si dia importanza
alle nozioni basilari (come faccio io, per esempio). Ma, per altri che
la pensino diversamente da me, non sbagliava, perché anch’egli aveva
studiato se stesso e, avvezzo ai trionfi, si poteva arrogare il diritto
d’infischiarsene di qualsiasi canone e di cantare tecnicamente "a modo
suo". Questo "modo suo" era fatto anche di una buona dose di
scaltrezza, essendo egli capace, per esempio, di compensare molto
abilmente, a volte, i piano e soprattutto i pianissimo, mollando la
maschera nel suo complesso e "flautando" il fiato dalla bocca con
l’aiuto del palato molle, creando così quel "falsettone" di cui sopra,
che veniva e viene scambiato facilmente per virtuosismo del pianissimo
corretto ed in maschera.



Bravo! Bravo ad imitare ciò che avrebbe dovuto (ed avrebbe saputo: ne
aveva le qualità) fare. Davvero, non c’è che dire: il pianissimo in
maschera, per i tenori, è quanto di più difficile si possa ottenere e
quasi tutti ricorrono a tali "trucchi: ho ascoltato in vita mia solo
pochissimi che fossero capaci di "tenere" i piano ed i pianissimo
"agganciati" in maschera. Tra costoro era Pavarotti…che faceva il
furbo anche lui, però, usando il falsetto per non rischiare qualche
pianissimo pericoloso…Tanto era standing ovation ugualmente 🙂



Altrettanto, quindi, Di Stefano e, come lui, molti altri, fino ai
nostri giorni. Nel suo caso, in particolare, però, alle doti naturali e
di studio su se stesso (e, quindi, sempre a mio avviso, sull’anarchia
che regnava nella sua tecnica) s’univa il temperamento: date un gran
temperamento ad una voce "piccola" e sarà grande. Figuriamoci se la
voce è già, di propria natura "grande"! Trionfi su trionfi.


Questo "modo" di cantare, tipicamente italiano, tutto cuore (che fa
rima con amore), tutto passione (che fa rima con ovazione) piacque
moltissimo ai suoi tempi ed ancora oggi piace.



Non mi permetto di criticare, quindi, i motivi personali per cui la
voce di Di Stefano possa piacere svisceratamente, ma, per quanto
riguarda i miei gusti, non posso che dissociarmi da tanta ammirazione,
pur riconoscendo in lui una grandezza fatta di ragguardevole musicalità
e di potente temperamento.



Ritornando al tema del presente articolo…Ahimé…Averne, oggi, di vezzi e malvezzi così!


Inserita il 18 – 03 – 09

Fonte: Natalia Di Bartolo

Riunione degli Artisti del LABORATORIO PITTURANDO

Venerdi 6 marzo 2009, nella sede della Biblioteca Pubblica di Realmonte, si è riunito il gruppo di Artisti che fa capo al Laboratorio Pitturando.
Si trascrive di seguito il verbale della riunione.

Presenti gli Artisti (in ordine alfabetico):

Natalia Di Bartolo
Stefano Gallitano
Pasquale Impera
Dino Marino
Giovanni Proietto
Joan Valenti
Gianluca Volpe

L’Assemblea è presieduta dall’Assessore Comunale alla Cultura prof. Paolo Salemi.

Dopo attenta disamina degli argomenti all’ordine del giorno, gli Artisti, concordemente con l’Assessore Salemi, hanno evidenziato alcune importanti iniziative che hanno riguardato e riguardano la promozione e la diffusione dell’Arte a Realmonte.

I temi, riassunti brevemente, riguardano:


1) La cura dell’immagine della città di Realmonte;
2) La necessità di creare opportunità per gli artisti di Realmonte, al fine di far esprimere le loro potenzialità;
3) L’allestimento sul sito del laboratorio Pitturando, a cura di Natalia Di Bartolo, di Mostre personali virtuali gratuite.

Gli Artisti hanno concordato di riunirsi quanto prima, per focalizzare il da farsi, nella prospettiva del ritorno del del bel tempo, che darà la possibilità di organizzare manifestazioni artistiche all’aperto, non ultima l’Estemporanea di Pittura "Capo Rossello 2009", giunta già alla sua 5^ edizione, colonna portante della diffusione delle Arti Visive a Realmonte e che richiama ormai artisti da tutta la Sicilia.

Natalia Di Bartolo


Una FICTION BIOGRAFICA di successo? ISTRUZIONI PER L’USO


Tirar fuori dalla storia personaggi antichi e moderni e porgerli al
grande pubblico degli spettatori a casa è sempre stata la “passione” di
molti sceneggiatori e registi, i quali hanno spesso legato il proprio
nome a produzioni televisive definibili addirittura “leggendarie”,
come, per esempio, “Le mie prigioni”, dal romanzo di Silvio Pellico,
per la regia di Sandro Bolchi, RAI, primi anni sessanta, che resiste
ancora oggi, negli occhi cerulei e trasognati di Raoul Grassilli e
nella maschia bellezza di un Paolo Carlini che ci ha lasciati troppo
presto, al tempo, alle mode, al digitale ed a tutte le diavolerie che
da allora hanno invaso i set di quelli che per molto tempo sono stati
chiamati “sceneggiati televisivi” e che adesso, per la solita
esterofilia che contraddistingue lo spettatore “trendy” (appunto!),
vengono denominati “fiction”.


Il regista televisivo Sandro Bolchi



La parola “fiction” si presta ben più di “sceneggiato” ad un’assonanza
con “finzione”; il che non è detto che sia producente per lo spettacolo
che venga ammannito al telespettatore “medio” della prima serata, che,
magari, stanco dal lavoro, sprofonda nel divano preferito e si dà anima
e corpo al piccolo schermo.



Porgere, allora, a costui una “fiction” di qualità ? Non ne vale la
pena, pensano probabilmente i produttori: con le sit-com (ecco,
l’anglismo ritorna inesorabile!), magari, per distrarsi un tantino
senza troppo impegno, ci siamo: leggerine, divertenti, un po’
sconclusionate, “codificate”, quasi, nei propri canoni (il prete, la
prof, il nonno, etc. etc.), godono spesso della presenza di celebri
attori che hanno la capacità Houdinesca di riciclarsi senza rispettare
date di scadenza alcuna. In tal caso, il telespettatore sorride, si
rilassa, ringrazia e, soprattutto, sonnecchia.



Se, invece, detto spettatore “spaparanzato” sul divano, che divide con
moglie, figlio/i e, magari, gatto di casa, “toppa” (e ci risiamo!) con
una fiction di matrice drammatica, il discorso cambia.



Può non cambiare granché, quando si tratti di argomenti inventati e
romanzati, che, in fondo, con le loro serie e ritorni (I, II, il
riscatto, la vendetta, etc., etc….Ora, ahimè, è di moda anche al
cinema, con prequel, sequel, e quant’altro…mi arrendo, ormai, dal
sottolineare ulteriormente quanto inutile pare sia stato da parte del
grande Alessandro “risciacquare” i romanzeschi “panni in Arno” e
proseguo su questa linea), con puntate innumerevoli ed altrettanto
innumerevoli ed improbabili personaggi ed intrecci, costituiscono anche
un ottimo ed abbondante sonnifero, innocuo e talvolta utile a taluni
membri della famiglia (gatto incluso); cambia tutto radicalmente,
invece, se il protagonista della fiction in questione sia realmente
esistito.



Spiegare perché il discorso cambi non è così semplice come possa
apparire a prima vista: chi non ami le lacrime d’immancabile
commozione, oppure, chi non trovi proprio nulla per commuoversi come
adori fare in tali occasioni, oppure ancora chi decisamente detesti in
toto il genere "fiction" ha sempre il telecomando per cambiare canale:
questo è vero.



Cosa può rendere, allora, così diverso dal solito l’impatto del
pubblico, che, con lo sceneggiato biografico, si presenta davanti al
video in quantità numerica impressionante? Il fatto che, oltre che
cambiare il “genere” di spettacolo, cambi, o, meglio, "si aggiunga"
anche “tipo” di spettatore.



Se è pur vero che il lavoratore stanco è probabile che si addormenti
ugualmente, insieme a moglie, figli e gatto di casa, è anche vero che
facciano capolino davanti al video, alla fine del Tg1 delle h. 20.00 e
di ciò che inevitabilmente lo segue, tanti occhietti, che di solito non
guardano le fiction, né le sit-com, né le drammatiche, ma preferiscono
i film o i documentari o altre produzioni, se non addirittura lo stereo
di casa ed i propri cd.



Chiedersi perché tanti occhietti vispi e molto attenti si piazzino
davanti al video è spontaneo, ma la risposta è altrettanto spontanea:
amano le storie con un fondo di verità. Attenzione: non le storie
“vere”, ma, ripeto, quelle che abbiano un “fondo” di quella verità
storica che i ricercatori, invece, professano quale scienza tra libri e
documenti di polverosi, affascinantissimi archivi e biblioteche varie.



Assodato che i “veridici” siano già col naso sul teleschermo,
riflettiamo sul fatto che perfino gli studiosi ed i ricercatori non
siano indenni da curiosità di tipo televisivo. Ed eccoli, allora,
presenti anch’essi, insieme ai lavoratori stanchi ed agli appassionati
delle storie più o meno “vere”: ecco gli studiosi che si piazzano
davanti al video ed attendono al varco lo snodarsi della vicenda; non
hanno bisogno di taccuino alcuno: i loro appunti li hanno tutti a
memoria e ci hanno lavorato tanto e con tanto amore, che sono diventati
parte delle loro sinapsi, con gran conforto della materia grigia che di
tali appunti si nutre e vegeta rigogliosa.



E cosa si ritrova davanti lo studioso (il quale non è detto non abbia
anch’egli accanto moglie, figli e gatto)? Innanzitutto, spesso e
volentieri, uno sceneggiato in costume, in un’ambientazione che può già
da sé provocare dissensi, specie se si riconoscano i luoghi dove si
girano le scene, nonché si evidenzino agli occhi esperti eventuali
imprecisioni scenografiche, costumistiche e chi più ne ha, più ne
metta. Ma ciò che è posto al vaglio da costui, al primo posto e con una
precisione matematica ed inflessibile, è la veridicità della vicenda
storica, che deve essere trattata in ogni sfaccettatura e da ogni punto
di vista: guai a tralasciare qualcosa; se poi si tratti di un
musicista, apriti cielo se venga tralasciata una sola sua nota!



E se questo, quasi inevitabilmente, succede, ecco, allora, venir fuori
i dissensi più clamorosi: "Il protagonista della vicenda è realmente
esistito! Come si può rendere marginale la sua produzione e/o
addirittura “cambiare” la storia?" si chiedono e chiedono indignati gli
studiosi.



Per provare a dare una risposta, iniziando dalla mancata espressione
della produzione artistica del soggetto musicista, questa, di solito,
sta troppo in alto, rispetto allo sceneggiato, e ritengo sia segno di
buon senso da parte degli autori "marginalizzarla”: il loro lavoro si
accartoccerebbe miseramente sotto le prime tre o quattro note di tanta
Arte! Meglio commissionare e far comporre una bella colonna sonora,
nella quale inserire opportunamente "qualche" brano originale del
protagonista. Mani avanti: è sempre meglio!



E già lo studioso si torce le sue, di mani…E allora, la storia? E qui
sta il punto nodale. Essa, purtroppo, è vero, viene cambiata, a volte:
imprecisioni, errori di date, situazioni inventate, “discronie” nella
vicenda, personaggi inesistenti o mal inseriti sono solo alcune delle
“perle” che gli studiosi-telespettatori inghiottono malvolentieri, come
la perla nel calice avvelenato della regina Gertrude in “Amleto”.
Eppure sono curiosi e, per la maggior parte, le inghiottono proprio
tutte, per vedere “come va a finire”. E, di solito, va a finire più o
meno come finì nella realtà, con la morte del protagonista, porta in
maniera più o meno “soft”, concludendo una storia cominciata appena due
ore prima: davvero poco per "contenere" la vita di un genio!



Ed ecco, allora, illustri e meno illustri voci stentoree che si levano
alte, lanciando anatemi a questo ed a quello e decretando la fine
conclamata della televisione di qualità, perchè non si tratta in tal
modo materia così nobile e, soprattutto, reale.



Magari li si critica per la loro "ipercritica", ma, riflettendoci, cosa
sta in mezzo, tra l’inizio e la fine dello sceneggiato? Un’intera vita,
una vita vera, che è stata vissuta…e quindi può anche apparire
legittimo che possa dare fastidio vederla alterata per sciatteria o per
blandire il telespettatore di bocca buona, che, senza saperlo, si
accontenta.



Dove sta il punto, allora? E’ davvero impossibile accontentare tutti?
E’ inevitabile che qualcuno resti scontento? Io credo che sia pressoché
inevitabile. A meno di casi come quello del Pellico, citato all’inizio.



Come hanno fatto, quasi cinquanta anni fa, a creare uno sceneggiato
televisivo che ancora oggi possa essere gradito a tutti e possa
“reggere” ardui confronti? Che misterioso ingrediente si cela in quella
sceneggiatura, in quella regia, nella recitazione di quegli attori e
quant’altro? “Semplicemente” una capacità di scelta
dell’"indispensabile vero" e l’uso che se ne faccia.


L’attore Raoul Grassilli, Silvio Pellico ne "Le mie prigioni"




Quale sarebbe tale "indispensabile vero"? Il “romanzato” (da un
romanzo, oltretutto)? Troppo fasullo per tutti. La via di mezzo?
Complicherebbe la vita ai desiderosi di riposare, ma scontenterebbe
ugualmente i veridici e la “nicchia” degli studiosi. Tutto vero il più
possibile? Trecentosedici puntate di tre ore ciascuna, tre volte al
giorno, prima e dopo i pasti…Chi resisterebbe a vederle tutte?
Neanche gli studiosi più eroici. Insomma, ragionando in questi termini,
pare proprio che non ci sia una soluzione. E allora, questo Silvio
Pellico? Miracolo? No, solo la giusta, rara “ispirazione” che porti gli
autori alla scelta azzeccata di ciò che possa reputarsi correttamente
il suddetto “indispensabile vero”: le colonne portanti della realtà di
una vita. Difficile azzeccarle, ma quando ci si riesce, il più è
compiuto.



L’attore Paolo Carlini, Piero Maroncelli ne "Le mie prigioni"



E l’uso che se ne faccia? Abilissimo “mestiere”! Tanto di quel mestiere
ben fatto che, distratti dall’emozione precedente, gli studiosi passino
sopra a qualche “taglio” un po’ azzardato; tanta capacità registica ed
interpretativa (che sconfina davvero nell’ispirazione artistica), che i
“commovibili” del veritiero possano piangere a volontà e non si
accorgano di qualche strafalcione seguente (inserito apposta per far
filare meglio la trama: giusto una di quelle due o tre parole che gli
studiosi non si ricordino il protagonista aver pronunciato); tanta di
quella abilità, da far comprendere al sonnecchiante cosa si stia
perdendo, se si addormenti col gatto in braccio, e gli tengano gli
occhi ben aperti con immagini e suoni inconsueti alle sit-com; il che,
alla fine, gli possa far dire: “Mamma mia, stasera mi sono fatto una
cultura!”



Conclusione? Tutti contenti e, come fece dire il grande Peppino Verdi al suo Falstaff: “Tutti gabbati!”.



E dunque, anche in un caso di cotanta corale unanimità ci dovremmo
davvero arrabbiare? Ma no! Stiamo semplicemente al gioco, perché, nello
spettacolo, solo di un “gioco” si tratta: la vita vera, quella di
chiunque, è tutta un’altra cosa.

Inserita il 04 – 03 – 09

Fonte: Natalia Di Bartolo




ALESSIO BONI: il coraggio di interpretare GIACOMO PUCCINI


Non è mai facile da parte di un attore interpretare un personaggio
realmente esistito: è questo il caso anche della figura complessa e
sfaccettata, eppure caratterialmente un po’ schematizzata dalla
tradizione, del grande musicista Giacomo Puccini (1858-1924)



L’attore Alessio Boni (nella foto) si è cimentato, così,
coraggiosamente, nel ruolo del genio lucchese in una miniserie in due
puntate (andata in onda con grande successo su Rai Uno giorno 1 e 2
marzo 2009), reduce dal trionfo di “Guerra e pace” prima e dal suo
personalissimo successo con il “Caravaggio” poi, sia pure con alcuni
critici divisi sulla qualità e sull’integrità della “vera” storia del
grande Merisi, ma tutti concordi positivamente riguardo
all’interpretazione del protagonista.





Chi scrive ha molto gradito quello sceneggiato proprio per la vera e
propria “scoperta” di un attore che si calava nei panni del Caravaggio
anima e corpo, senza remore, con un’intensità che da molto tempo non
era data vedere sul piccolo schermo. Egli stesso, spesso intervistato
proprio in televisione, teneva a sottolineare con quanta umiltà si era
accostato ad un genio come il Merisi, studiando e documentandosi, fino
ad identificarsi completamente con lui. Ed il risultato si è visto: è
stato da brivido.


Si lascino da parte le incongruenze storiche, le vere o presunte
tendenze omosessuali del personaggio protagonista, le figure iconiche
che servivano più a “far quadrare il racconto” quale filo conduttore:
lì il Boni spiccava come un vero, grande talento.



Altrettanto si è sperato, quindi, nell’attendere il suo “Puccini”. Ed
il risultato è stato bissato. L’interpretazione di Alessio Boni è da
considerarsi ancora eccellente, prestando una particolare attenzione
all’aspetto psicologico del maestro lucchese, anche per mano del
regista Giorgio Capitani, che ha affermato il mettere in scena la vita
di Puccini essere “Un sogno che si realizza.” “Ero incantato dalla sua
musica -sottolinea il regista- è quasi incredibile scoprire che un uomo
così straordinario fosse anche così insicuro".



Alessio Boni, attore di preparazione seria e partecipe, mai
superficiale, ha studiato approfonditamente con il regista la figura
del grande musicista. "Puccini non era solo un grande genio – ha
spiegato il Boni presentando la fiction- ma un uomo pieno di paure, di
ansie ma anche dalla grande forza. Con la personalità voleva toccare il
cuore della gente". Boni ha affermato di aver accettato il ruolo per
“la forza, per la personalità di Puccini” e per quella “dicotomia” del
suo carattere".



Si è detto anche di una gran somiglianza fisica tra il Boni ed il
Puccini. Ma, nel caso della figura fisica del Puccini, un precedente
illustre non poteva non far capolino alla mente dei telespettatori non
più giovanissimi, che serbano in cuore uno straordinario protagonista
interpretato splendidamente dal mai dimenticato Alberto Lionello. Lì la
somiglianza fisica era davvero impressionante. Nel caso del Boni, sia
l’età, che la “stazza” gli erano contrarie. Puccini era assai robusto;
l’attore non ha un fisico di complessione pucciniana. Eppure, spesso, è
riuscito a rendere le posture più caratteristiche del genio, ma
soprattutto è stato capace di assimilare le proprie espressioni a
quelle del viso del musicista, note ai più da fotografie e rari
filmati, in maniera sorprendente: ecco la maschera del grande attore,
dunque, che veniva fuori a tratti, ma indelebile, nella sua concisa e
netta espressione, cangiante, mobile, dal riso al pianto, dalla
commozione alla gioia. Un Boni che fondeva mirabilmente Puccini con se
stesso e che, a tratti, nelle scene drammatiche soprattutto, “mutava”,
in una metamorfosi impressionante di profondità espressiva e di
immedesimazione assoluta.



"Puccini pensava -ha aggiunto il Capitani- di essere sempre in crisi di
ispirazione. La sua ossessione per la morte lo ha sempre accompagnato
per tutta la vita, la sua passione per le donne era un tentativo per
esorcizzarla". Grazie alla collaborazione di Francesco Scardamaglia,
Nicola Lusuardi e Fabio Campus, tutto ciò è stato messo in evidenza
dalla sceneggiatura.



Nel ricostruire la vita di Puccini, gli autori hanno scelto di dare
molto spazio, nella prima puntata, a quella che definiscono “la sua
ricerca d’identità”, mentre nella seconda di dà risalto al grande
successo.


“Non ci siamo posti – spiega lo sceneggiatore, Francesco Scardamaglia –
il problema di un bilanciamento tra l’artista di successo e il giovane
studente del conservatorio, piuttosto abbiamo raccontato un’identità,
una scoperta artistica, un tratto di strada di un essere umano verso la
sua vocazione”.



Un gran lavoro, senza dubbio…Eppure, ciò che meno ha convinto chi
scrive è stata la concisione del racconto, che ha condensato
un’esistenza fatta di una vita privata travagliata e ricca di
avvenimenti e di una pubblica costellata di trionfi e delusioni in sole
due puntate di spettacolo.



Impresa non facile, dunque, per i suddetti sceneggiatori, scegliere “i
momenti” giusti per “raccontare” Puccini in così poco tempo. Ciò, a
parere di chi scrive, ha costretto ad imprimere allo sceneggiato un
andamento fin troppo “veloce”, che, probabilmente, ha nuociuto al
gradimento degli “intenditori”.



Gli "intenditori": ecco la vera “spina nel fianco” di uno sceneggiato
come quello su Puccini: gli intenditori sanno benissimo ciò che è vero
e ciò che è romanzato; gli intenditori ascoltano un Puccini che “canta”
mentre compone e, sebbene non certo “abilitato” ad avere la voce
impostata quale cantante lirico, di Lirica occupandosi, ritengono che,
quanto meno, non avrebbe dovuto cantare così, proprio “di gola”, giusto
dopo aver parlato di “diaframma” ad un’ Elvira in veste canora, alla
quale si mostrava impartisse vere e proprie lezioni di canto.



Intenditori troppo esigenti? Forse… Ma accortezze registiche, queste,
che sono mancate, purtroppo, all’appello, insieme ad un finale ad
effetto riuscito solo a metà, poiché, per dar spazio all’immancabile
“Nessun dorma”, universalmente conosciuto, si è fatta “fermare” la
rappresentazione della prima di Turandot (perché pronunciata, poi, alla
francese, “Turandò”, se la “t” finale è parte di un nome cinese?) da
parte di Toscanini che la dirigeva non alla morte di Liù, come fu nella
realtà, ma al “Vincerò” di universale notorietà. Quindi, ciò che
Puccini non riusciva a trovare, non era il tema di “Nessun dorma”, come
mostrato nello sceneggiato, ma il prosieguo dell’opera stessa,
consegnata ai posteri, è vero, incompiuta, ma con un primo ed un
secondo atto assolutamente completi e geniali, nonché con un’infinità
di appunti che hanno dato poi al musicista Franco Alfano la possibilità
di “completarla” in maniera dignitosa, così come ancora oggi viene
rappresentata.



Unico brivido, in questo finale volutamente non perfettamente
filologico, la scelta della voce che interpretava il “Nessun dorma”:
non Pavarotti, come ci si sarebbe potuto aspettare, ma Carreras, il
grande Josè Carreras dei tempi d’oro. Significativa, come scelta, se
rapportata alle vicissitudini gravissime di salute che il grande
cantante ha dovuto affrontare ed è riuscito a superare. Il male che ha
ucciso Puccini, dunque, non ce l’ha fatta con uno dei più grandi
interpreti moderni della sua musica. Ma ciò significa anche che le vite
umane, pure quelle dei geni, vanno e vengono, ma i capolavori da loro
prodotti e da loro dispensati restano immortali. E nulla è più vero di
ciò anche per quanto riguarda l’Arte di Giacomo Puccini.



Una menzione speciale alla musica originale di Don Marco Frisina, che
ha dovuto vedersela con una quanto meno terrificante “coordinazione”
con quella originale pucciniana; ma ne è uscito a testa alta, con una
colonna sonora davvero magnifica.



Intenditori, nel complesso, sufficientemente soddisfatti, allora, e
concordi almeno su un punto: ben vengano sceneggiati come questo: è
assai probabile che molti telespettatori, soprattutto i più giovani,
conoscessero il “Nessun dorma”, ma che non ne conoscessero l’autore, né
che il brano appartenesse ad un’Opera, né, tanto meno, quale essa
fosse. Adesso sanno e, si spera, difficilmente dimenticheranno.



Dunque, se anche un’imprecisione filologica può trasformarsi in opera
di diffusione culturale, in questo caso gli intenditori apprezzano e
ringraziano.



Inserita il 03 – 03 – 09

Fonte: Natalia Di Bartolo