Una FICTION BIOGRAFICA di successo? ISTRUZIONI PER L’USO


Tirar fuori dalla storia personaggi antichi e moderni e porgerli al
grande pubblico degli spettatori a casa è sempre stata la “passione” di
molti sceneggiatori e registi, i quali hanno spesso legato il proprio
nome a produzioni televisive definibili addirittura “leggendarie”,
come, per esempio, “Le mie prigioni”, dal romanzo di Silvio Pellico,
per la regia di Sandro Bolchi, RAI, primi anni sessanta, che resiste
ancora oggi, negli occhi cerulei e trasognati di Raoul Grassilli e
nella maschia bellezza di un Paolo Carlini che ci ha lasciati troppo
presto, al tempo, alle mode, al digitale ed a tutte le diavolerie che
da allora hanno invaso i set di quelli che per molto tempo sono stati
chiamati “sceneggiati televisivi” e che adesso, per la solita
esterofilia che contraddistingue lo spettatore “trendy” (appunto!),
vengono denominati “fiction”.


Il regista televisivo Sandro Bolchi



La parola “fiction” si presta ben più di “sceneggiato” ad un’assonanza
con “finzione”; il che non è detto che sia producente per lo spettacolo
che venga ammannito al telespettatore “medio” della prima serata, che,
magari, stanco dal lavoro, sprofonda nel divano preferito e si dà anima
e corpo al piccolo schermo.



Porgere, allora, a costui una “fiction” di qualità ? Non ne vale la
pena, pensano probabilmente i produttori: con le sit-com (ecco,
l’anglismo ritorna inesorabile!), magari, per distrarsi un tantino
senza troppo impegno, ci siamo: leggerine, divertenti, un po’
sconclusionate, “codificate”, quasi, nei propri canoni (il prete, la
prof, il nonno, etc. etc.), godono spesso della presenza di celebri
attori che hanno la capacità Houdinesca di riciclarsi senza rispettare
date di scadenza alcuna. In tal caso, il telespettatore sorride, si
rilassa, ringrazia e, soprattutto, sonnecchia.



Se, invece, detto spettatore “spaparanzato” sul divano, che divide con
moglie, figlio/i e, magari, gatto di casa, “toppa” (e ci risiamo!) con
una fiction di matrice drammatica, il discorso cambia.



Può non cambiare granché, quando si tratti di argomenti inventati e
romanzati, che, in fondo, con le loro serie e ritorni (I, II, il
riscatto, la vendetta, etc., etc….Ora, ahimè, è di moda anche al
cinema, con prequel, sequel, e quant’altro…mi arrendo, ormai, dal
sottolineare ulteriormente quanto inutile pare sia stato da parte del
grande Alessandro “risciacquare” i romanzeschi “panni in Arno” e
proseguo su questa linea), con puntate innumerevoli ed altrettanto
innumerevoli ed improbabili personaggi ed intrecci, costituiscono anche
un ottimo ed abbondante sonnifero, innocuo e talvolta utile a taluni
membri della famiglia (gatto incluso); cambia tutto radicalmente,
invece, se il protagonista della fiction in questione sia realmente
esistito.



Spiegare perché il discorso cambi non è così semplice come possa
apparire a prima vista: chi non ami le lacrime d’immancabile
commozione, oppure, chi non trovi proprio nulla per commuoversi come
adori fare in tali occasioni, oppure ancora chi decisamente detesti in
toto il genere "fiction" ha sempre il telecomando per cambiare canale:
questo è vero.



Cosa può rendere, allora, così diverso dal solito l’impatto del
pubblico, che, con lo sceneggiato biografico, si presenta davanti al
video in quantità numerica impressionante? Il fatto che, oltre che
cambiare il “genere” di spettacolo, cambi, o, meglio, "si aggiunga"
anche “tipo” di spettatore.



Se è pur vero che il lavoratore stanco è probabile che si addormenti
ugualmente, insieme a moglie, figli e gatto di casa, è anche vero che
facciano capolino davanti al video, alla fine del Tg1 delle h. 20.00 e
di ciò che inevitabilmente lo segue, tanti occhietti, che di solito non
guardano le fiction, né le sit-com, né le drammatiche, ma preferiscono
i film o i documentari o altre produzioni, se non addirittura lo stereo
di casa ed i propri cd.



Chiedersi perché tanti occhietti vispi e molto attenti si piazzino
davanti al video è spontaneo, ma la risposta è altrettanto spontanea:
amano le storie con un fondo di verità. Attenzione: non le storie
“vere”, ma, ripeto, quelle che abbiano un “fondo” di quella verità
storica che i ricercatori, invece, professano quale scienza tra libri e
documenti di polverosi, affascinantissimi archivi e biblioteche varie.



Assodato che i “veridici” siano già col naso sul teleschermo,
riflettiamo sul fatto che perfino gli studiosi ed i ricercatori non
siano indenni da curiosità di tipo televisivo. Ed eccoli, allora,
presenti anch’essi, insieme ai lavoratori stanchi ed agli appassionati
delle storie più o meno “vere”: ecco gli studiosi che si piazzano
davanti al video ed attendono al varco lo snodarsi della vicenda; non
hanno bisogno di taccuino alcuno: i loro appunti li hanno tutti a
memoria e ci hanno lavorato tanto e con tanto amore, che sono diventati
parte delle loro sinapsi, con gran conforto della materia grigia che di
tali appunti si nutre e vegeta rigogliosa.



E cosa si ritrova davanti lo studioso (il quale non è detto non abbia
anch’egli accanto moglie, figli e gatto)? Innanzitutto, spesso e
volentieri, uno sceneggiato in costume, in un’ambientazione che può già
da sé provocare dissensi, specie se si riconoscano i luoghi dove si
girano le scene, nonché si evidenzino agli occhi esperti eventuali
imprecisioni scenografiche, costumistiche e chi più ne ha, più ne
metta. Ma ciò che è posto al vaglio da costui, al primo posto e con una
precisione matematica ed inflessibile, è la veridicità della vicenda
storica, che deve essere trattata in ogni sfaccettatura e da ogni punto
di vista: guai a tralasciare qualcosa; se poi si tratti di un
musicista, apriti cielo se venga tralasciata una sola sua nota!



E se questo, quasi inevitabilmente, succede, ecco, allora, venir fuori
i dissensi più clamorosi: "Il protagonista della vicenda è realmente
esistito! Come si può rendere marginale la sua produzione e/o
addirittura “cambiare” la storia?" si chiedono e chiedono indignati gli
studiosi.



Per provare a dare una risposta, iniziando dalla mancata espressione
della produzione artistica del soggetto musicista, questa, di solito,
sta troppo in alto, rispetto allo sceneggiato, e ritengo sia segno di
buon senso da parte degli autori "marginalizzarla”: il loro lavoro si
accartoccerebbe miseramente sotto le prime tre o quattro note di tanta
Arte! Meglio commissionare e far comporre una bella colonna sonora,
nella quale inserire opportunamente "qualche" brano originale del
protagonista. Mani avanti: è sempre meglio!



E già lo studioso si torce le sue, di mani…E allora, la storia? E qui
sta il punto nodale. Essa, purtroppo, è vero, viene cambiata, a volte:
imprecisioni, errori di date, situazioni inventate, “discronie” nella
vicenda, personaggi inesistenti o mal inseriti sono solo alcune delle
“perle” che gli studiosi-telespettatori inghiottono malvolentieri, come
la perla nel calice avvelenato della regina Gertrude in “Amleto”.
Eppure sono curiosi e, per la maggior parte, le inghiottono proprio
tutte, per vedere “come va a finire”. E, di solito, va a finire più o
meno come finì nella realtà, con la morte del protagonista, porta in
maniera più o meno “soft”, concludendo una storia cominciata appena due
ore prima: davvero poco per "contenere" la vita di un genio!



Ed ecco, allora, illustri e meno illustri voci stentoree che si levano
alte, lanciando anatemi a questo ed a quello e decretando la fine
conclamata della televisione di qualità, perchè non si tratta in tal
modo materia così nobile e, soprattutto, reale.



Magari li si critica per la loro "ipercritica", ma, riflettendoci, cosa
sta in mezzo, tra l’inizio e la fine dello sceneggiato? Un’intera vita,
una vita vera, che è stata vissuta…e quindi può anche apparire
legittimo che possa dare fastidio vederla alterata per sciatteria o per
blandire il telespettatore di bocca buona, che, senza saperlo, si
accontenta.



Dove sta il punto, allora? E’ davvero impossibile accontentare tutti?
E’ inevitabile che qualcuno resti scontento? Io credo che sia pressoché
inevitabile. A meno di casi come quello del Pellico, citato all’inizio.



Come hanno fatto, quasi cinquanta anni fa, a creare uno sceneggiato
televisivo che ancora oggi possa essere gradito a tutti e possa
“reggere” ardui confronti? Che misterioso ingrediente si cela in quella
sceneggiatura, in quella regia, nella recitazione di quegli attori e
quant’altro? “Semplicemente” una capacità di scelta
dell’"indispensabile vero" e l’uso che se ne faccia.


L’attore Raoul Grassilli, Silvio Pellico ne "Le mie prigioni"




Quale sarebbe tale "indispensabile vero"? Il “romanzato” (da un
romanzo, oltretutto)? Troppo fasullo per tutti. La via di mezzo?
Complicherebbe la vita ai desiderosi di riposare, ma scontenterebbe
ugualmente i veridici e la “nicchia” degli studiosi. Tutto vero il più
possibile? Trecentosedici puntate di tre ore ciascuna, tre volte al
giorno, prima e dopo i pasti…Chi resisterebbe a vederle tutte?
Neanche gli studiosi più eroici. Insomma, ragionando in questi termini,
pare proprio che non ci sia una soluzione. E allora, questo Silvio
Pellico? Miracolo? No, solo la giusta, rara “ispirazione” che porti gli
autori alla scelta azzeccata di ciò che possa reputarsi correttamente
il suddetto “indispensabile vero”: le colonne portanti della realtà di
una vita. Difficile azzeccarle, ma quando ci si riesce, il più è
compiuto.



L’attore Paolo Carlini, Piero Maroncelli ne "Le mie prigioni"



E l’uso che se ne faccia? Abilissimo “mestiere”! Tanto di quel mestiere
ben fatto che, distratti dall’emozione precedente, gli studiosi passino
sopra a qualche “taglio” un po’ azzardato; tanta capacità registica ed
interpretativa (che sconfina davvero nell’ispirazione artistica), che i
“commovibili” del veritiero possano piangere a volontà e non si
accorgano di qualche strafalcione seguente (inserito apposta per far
filare meglio la trama: giusto una di quelle due o tre parole che gli
studiosi non si ricordino il protagonista aver pronunciato); tanta di
quella abilità, da far comprendere al sonnecchiante cosa si stia
perdendo, se si addormenti col gatto in braccio, e gli tengano gli
occhi ben aperti con immagini e suoni inconsueti alle sit-com; il che,
alla fine, gli possa far dire: “Mamma mia, stasera mi sono fatto una
cultura!”



Conclusione? Tutti contenti e, come fece dire il grande Peppino Verdi al suo Falstaff: “Tutti gabbati!”.



E dunque, anche in un caso di cotanta corale unanimità ci dovremmo
davvero arrabbiare? Ma no! Stiamo semplicemente al gioco, perché, nello
spettacolo, solo di un “gioco” si tratta: la vita vera, quella di
chiunque, è tutta un’altra cosa.

Inserita il 04 – 03 – 09

Fonte: Natalia Di Bartolo




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