Tecnica teatrale in pillole: IL TENORE IN FALSETTO, Opera, vezzi e malvezzi


E’ ovvio che il Canto lirico si studi.


Non parlo dello spartito che, è naturale, si deve studiare, altrimenti
si canterebbe ad orecchio e non sarebbe un canto professionale, ma solo
una banale imitazione di suoni [anche se dicono che alcuni cantanti,
fra cui, in particolare, due celebri tenori del passato (non faccio
nomi, ma questo si dice e questo riferisco) non conoscessero una nota
scritta!], ma della TECNICA VOCALE, ovvero di quella materia che
insegni al/alla cantante ad emettere i suoni correttamente, secondo
canoni più o meno codificati, che variano non solo da insegnante ad
insegnante e da scuola a scuola, ma anche da nazione a nazione.



In Italia, la tecnica di emissione dei suoni è assai variabile: varia
da insegnante ad insegnante e da scuola a scuola e nessuno ha mai
codificato realmente (alcuni ci hanno provato pubblicando manuali, che
restano soltanto teoria) il "sistema" di corretta emissione che serva a
cantare l’Opera italiana, che ha un excursus di tempo assai ampio: dal
barocco ai nostri giorni. Perché nessuno l’ha fatto? Perché nessuno
avrebbe potuto, nè potrà mai farlo!



Mi spiego meglio.



Fermo restando il meccanismo del muscolo trapezioidale sotto
l’ombelico, che aiuta a governare il diaframma, il quale ha il compito
di sostenere l’aria inspirata nei polmoni in quantità superiore al
normale, poiché, respirando col diaframma, con il graduale esercizio,
si allargano le cosiddette costole fluttuanti, che consentono una
maggiore "scorta" di ossigeno, ciò che è il meccanismo laringe-corde e,
sopratutto, palato molle e "maschera" (ovvero le cavità del teschio,
usate come risuonatori, ma soprattutto la muscolatura facciale), non
può, ripeto NON PUO’ essere codificata. Perché? Perché ciascuno di noi
ha una propria conformazione del teschio e della muscolatura facciale
e, quindi, ciò che vale per uno/a, può non valere per l’altro/a.



Invece (si dirà) i francesi, o i tedeschi, o i coreani hanno
conformazioni tutte uguali e codificabili? Ovviamente no! neanche loro:
nel loro insegnamento tecnico s’insinua però o la tradizione, seguita
quale culto (per i francesi, per esempio); o, nel caso dei tedeschi, la
necessità di ottenere suoni particolari, adatti al loro repertorio; o,
nel caso dei coreani o degli orientali in genere, la fortuna di avere
una maschera ossea con gli zigomi alti, il viso largo, il setto nasale
altrettanto largo , grandi risuonatori: ecco perché i coreani sono
spesso molto più bravi di altri: non perché la loro scuola sia
migliore, ma perché la loro razza consente loro dei privilegi che noi
non possediamo.



Per tornare a noi italiani, caucasici di razza bianca, i nostri visi
hanno le conformazioni più diverse, i nostri nasi altrettanto…Come si
può spiegare ad un aspirante cantante lirico cosa deve fare, se non
dandogli indicazioni basilari, ma generiche? Sono solo generiche, è
vero, ma BASILARI e, quindi, da rispettare.



Si impiegano anni, prima di comprendere tutti i meccanismi
d’inspirazione e di espirazione volta all’emissione di un suono che sia
una nota musicale, proprio perché si lavora sempre e solo su se stessi.
Questo lascia, ovviamente, grande libertà al singolo, ma non può
prescindere dai suddetti obbligatori passaggi d’insegnamento (come
posizionare le labbra, come la lingua, come i muscoli del viso), che
vanno seguiti.



Solo dopo molto duro lavoro, finalmente, il cantante normo-dotato
raggiungerà la padronanza di un suono correttamente emesso e, quindi,
"girato", dotato di volume, armonici e quant’altro.



Adesso, prendiamo un esempio di tenore immortalato dalla storia del
teatro ed idolatrato dalle folle: Giuseppe Di Stefano. Anch’egli, come
tutti i suoi colleghi, non era esente da vezzi e malvezzi.


Il tenore Giuseppe Di Stefano



Ci troviamo negli anni ’50 del secolo scorso. Erano gli anni
dell’entusiasmo per la lirica. I Compositori più illustri, tra cui
Puccini, non erano morti che da relativamente poco e tutto il mondo
musicale era pervaso dall’entusiasmo per questo genere di musica. Ecco,
quindi, che si affacciavano sulla scena volti e voci "nuove", che,
spesso, erano lanciate allo sbaraglio, facendole forti delle proprie
doti naturali.



In cosa consistono le "doti naturali"? Nel possedere una maschera
idonea al canto, corde robuste che "tengano" nel tempo, ma,
soprattutto, capacità di emissione che non vadano disperatamente
cercate negli anni, ma che vengano fuori fa sé: le doti naturali
dell’emissione fanno di un aspirante tenore che studi da un anno, un
gran cantante, rispetto ad un altro, con doti più modeste, che studi da
quattro…o giù di lì.



Bene: Di Stefano era tra questi fortunati: non ha dovuto "cercare" la
propria vocalità, ma se l’è trovata pressoché bella e pronta all’uso.
Questo, se da un lato è un privilegio, dall’altro può rappresentare un
pericolo: emissione facile può essere anche "faciloneria"
nell’emissione. Non è il caso di Di Stefano, ma si deve riconoscere in
lui la completa libertà di tale emissione, nei mezzi sì, ma anche nei
modi.



Purtroppo ci restano pochi filmati che lo riguardano, ma se andassimo a
guardare attentamente qual’era la postura della sua maschera,
rileveremmo certo espressioni che non corrispondono a quei pochi canoni
che s’insegnano nelle scuole e che io ritengo, come ho detto sopra,
"basilari"



Sbagliava a fare così? Sbagliava nella misura in cui si dia importanza
alle nozioni basilari (come faccio io, per esempio). Ma, per altri che
la pensino diversamente da me, non sbagliava, perché anch’egli aveva
studiato se stesso e, avvezzo ai trionfi, si poteva arrogare il diritto
d’infischiarsene di qualsiasi canone e di cantare tecnicamente "a modo
suo". Questo "modo suo" era fatto anche di una buona dose di
scaltrezza, essendo egli capace, per esempio, di compensare molto
abilmente, a volte, i piano e soprattutto i pianissimo, mollando la
maschera nel suo complesso e "flautando" il fiato dalla bocca con
l’aiuto del palato molle, creando così quel "falsettone" di cui sopra,
che veniva e viene scambiato facilmente per virtuosismo del pianissimo
corretto ed in maschera.



Bravo! Bravo ad imitare ciò che avrebbe dovuto (ed avrebbe saputo: ne
aveva le qualità) fare. Davvero, non c’è che dire: il pianissimo in
maschera, per i tenori, è quanto di più difficile si possa ottenere e
quasi tutti ricorrono a tali "trucchi: ho ascoltato in vita mia solo
pochissimi che fossero capaci di "tenere" i piano ed i pianissimo
"agganciati" in maschera. Tra costoro era Pavarotti…che faceva il
furbo anche lui, però, usando il falsetto per non rischiare qualche
pianissimo pericoloso…Tanto era standing ovation ugualmente 🙂



Altrettanto, quindi, Di Stefano e, come lui, molti altri, fino ai
nostri giorni. Nel suo caso, in particolare, però, alle doti naturali e
di studio su se stesso (e, quindi, sempre a mio avviso, sull’anarchia
che regnava nella sua tecnica) s’univa il temperamento: date un gran
temperamento ad una voce "piccola" e sarà grande. Figuriamoci se la
voce è già, di propria natura "grande"! Trionfi su trionfi.


Questo "modo" di cantare, tipicamente italiano, tutto cuore (che fa
rima con amore), tutto passione (che fa rima con ovazione) piacque
moltissimo ai suoi tempi ed ancora oggi piace.



Non mi permetto di criticare, quindi, i motivi personali per cui la
voce di Di Stefano possa piacere svisceratamente, ma, per quanto
riguarda i miei gusti, non posso che dissociarmi da tanta ammirazione,
pur riconoscendo in lui una grandezza fatta di ragguardevole musicalità
e di potente temperamento.



Ritornando al tema del presente articolo…Ahimé…Averne, oggi, di vezzi e malvezzi così!


Inserita il 18 – 03 – 09

Fonte: Natalia Di Bartolo

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