AGRIGENTO: rivive in PRIMA MONDIALE l’Opera MALA PASQUA di Gastaldon – 22/06/2010

L’Archivio del Tempo è il più polveroso ed oscuro che esista. Vi si può sprofondare con grande facilità e correre il rischio di non venirne più fuori. E’ una specie di pozzo senza fondo, ma, ogni tanto, qualche esploratore vi si avventura e, si tratti di una busta di documenti archiviati in uno scaffale dimenticato, si tratti di un cassetto pieno d’oggetti privi di valore, tra cui ne spicchi uno più interessante degli altri, si tratti di fogli di musica la cui esistenza sia praticamente sconosciuta, qualsiasi cosa che abbia un valore anche solo storico egli recuperi, compie opera benemerita. A maggior ragione se ciò che il coraggioso esploratore trova sia stato prima conosciuto da molti e poi da quasi tutti dimenticato.

Tirar fuori spartiti dall’oblio è forse il ritrovamento più affascinante: da quei fogli solo scritti, che sono stati in silenzio per secoli, tristi, ingrigiti e spiegazzati, finalmente si sprigionano di nuovo dei suoni; armonie e melodie composte, studiate, sofferte, su cui l’autore, magari, non ha dormito per molte notti, per le quali ha lottato e, purtroppo, qualche volta, ha perso. E’ il caso della partitura dell’Opera “Mala Pasqua”, del torinese Stanislao Gastaldon (1861-1939), data alle scene al teatro Costanzi di Roma un’unica volta, il 9 aprile 1890, e mai più rappresentata. L’Opera aveva come soggetto la novella “Cavalleria rusticana” di Giovanni Verga.

Un manipolo di coraggiosi esploratori, guidati dall’entusiasmo e dalla competenza del M.° Onofrio Claudio Gallina, Direttore Artistico del Museo Archeologico di Agrigento, responsabile per la Lirica ed il Sinfonico al Teatro L. Pirandello di Agrigento e titolare della Cattedra di pianoforte principale e Lettura della partitura all’Istituto d’Alta Cultura “Arturo Toscanini” di Ribera, diretto dal M°. Claudio Montesano, ha pensato e deciso di tirar fuori la partitura gastaldoniana, di studiarla, sviscerarla, comprenderla fino ad amarla ed a darla per la seconda volta alle scene, in prima mondiale assoluta sia per il XX che per il XXI secolo.

Sul perché della triste vicenda della nascita e dell’oblio dell’Opera in questione ci sarebbe da scrivere ben più che un breve saggio, ma tenendo conto dei parametri principali, basti dire che fu composta per un Concorso della casa Editrice Sonzogno bandito per un’Opera breve e che fu “annientata” dall’altra “Cavalleria Rusticana”, quella di Pietro Mascagni, che andò in scena sempre al teatro Costanzi di Roma il 17 maggio 1890, solo poco più di un mese dopo la rappresentazione di “Mala Pasqua”. Trionfo di Mascagni, acerba sconfitta di Gastaldon, che pure, sapendo che stesse per andare in scena la “bomba” mascagnana, riuscì a far rappresentare la propria opera per la prima ed unica volta prima che Mascagni lo oscurasse totalmente col capolavoro. Neppure la rilevante voci della rumena Elena Theodorini (foto), nella parte di Carmela (la verghiana Santuzza) e dei suoi ottimi colleghi riuscirono a “salvare” l’Opera del musicista torinese, ancor oggi noto sol perché autore della splendida romanza (e qui bisogna riconoscegli il merito) “Musica proibita”.

E non solo si è deciso di studiare e mettere in scena l’Opera in forma di concerto: tanto più meritevole è stata questa coraggiosa manovra musicale, filologica e teatrale, quanto più perché si è svolta in una città particolare, onusta di grandezza, di gloria, di vittorie e di sconfitte, quelle della Grande Storia, ma, purtroppo, finora piuttosto lontana dalla cultura musicale operistica: Agrigento.

Ed ecco che per Gastaldon e la sua “Mala Pasqua”, Agrigento, i suoi Amministratori, con in testa il Sindaco dott. Marco Zambuto, i suoi Studiosi, i suoi appassionati, i suoi melomani si mobilitano e, finalmente, Carmela-Santuzza e la sua triste storia tornano sulle straordinarie “scene” del Museo Archeologico Regionale, nella sala in cui è conservato l’immenso Telamone. Una scelta originale, pregna di fascino, in una cornice che potrebbe definirsi “surreale”, fra la gloria greca del gigante di pietra e la caduta di una fanciulla che dalla tradizione millenaria della sua terra (colpevole sempre l’archivio del Tempo!), riceve soltanto malvagità per uno “sbaglio” dettato esclusivamente dall’amore. Uno sbaglio micidiale, per la sua epoca, ferale e portatore di morte, per lei e per tutte le fanciulle come lei.

Una serata da ricordare, quindi, quella del 22 giugno 2010, giorno in cui “Mala Pasqua” di Gastaldon ha ripreso vita e suono di fronte ad un pubblico questa volta plaudente, non solo per l’Opera recuperata in se stessa, ma per i pionieri che l’hanno salvata dall’oblio e messa in scena per la seconda volta nella sua storia.

La rappresentazione, definita “Conferenza-Concerto” ed intitolata “Mala Pasqua, la Cavalleria dimenticata”, è stata preceduta dagli assai interessanti interventi del Vice-Sindaco di Agrigento, prof. Massimo Muglia, che ha ufficialmente annunciato la “riapertura” del Teatro “Luigi Pirandello” della città dei Templi all’Opera ed alla grande Musica, per le quali era stato progettato e costruito, e dagli illustri musicisti e studiosi Alberto Paloscia, direttore Artistico del teatro Goldoni di Livorno, Stephan Poen, medico foniatra, baritono e membro attivo della New York Academy of Sciences e Marco Balderi, pianista, musicologo e direttore artistico dell’accademia Bettarini di Prato. Ospite d’eccezione della serata il tenore Pietro Ballo, reduce da una Masterclass proprio ad Agrigento, che ha eseguito, accompagnato al pianoforte dal M°. Balderi, la celeberrima “Musica proibita”. Una chicca tra gli interventi degli studiosi che hanno preceduto la rappresentazione dell’Opera è giunta al pubblico da parte del Prof. Poen: la voce, registrata nel 1903, dell’interprete dell’unica rappresentazione di “Mala Pasqua”, la suddetta Elena Theodorini, gran nome, per allora. Suoni, fascino e vocalità d’altri tempi, accompagnati dalla proiezione di fotografie ritraenti la bella interprete.

Ed è stato così che, dopo tali dotti interventi, in una sala senza palcoscenico, accompagnata al pianoforte, che diventava un’orchestra sotto le abili mani del “padrone di casa”, il M°. Gallina, “Mala Pasqua” ha nuovamente aleggiato e si è fatta ascoltare in tutte le proprie sconosciute sonorità, proiettata in un altro tempo, quasi un’altra dimensione, che, scevra da ogni contingenza, l’ha messa a nudo ed offerta al pubblico nella sua sola essenza di Composizione operistica.

In costume, gli interpreti: il soprano Elena Candia – Carmela, il tenore Piero Lupino Mercuri – Turiddu, il mezzo-soprano Tullia Bellelli – Lola, il baritono Cosimo Danilo Diano – Alfio, il soprano Isabella Talleri – Gnà Nunzia, guidati dal regista Paolo Panizza ed affiancati dal coro “Stesicoro”, diretto dal M°. Loredana Russo. Una performance ben riuscita da parte di tutti, interessante, dimostratasi certamente meritevole di essere ascoltata e, possibilmente, presto riascoltata, con accompagnamento orchestrale.

Missione compiuta, dunque; risultati lodevoli…E le conclusioni da trarre?

Conclusione prima: come volevasi dimostrare, mai lasciare nulla che riguardi l’Arte dimenticato su uno scaffale o altrove: possiede sempre qualcosa che valga la pena di essere recuperato. Conclusione seconda: azione filologica lodevolissima, che può certamente aggiungere un tassello mancante al variegato mosaico della Musica “verista” di fine Ottocento, con conseguente arricchimento del patrimonio musicale Operistico italiano; conclusione terza: incremento indubbio della cultura personale del pubblico, che sia piaciuto o meno ciò che si dava all’ascolto.

Ma, veniamo alla domanda principale, che viene spontanea, forse fin dall’inizio: meritava “Mala Pasqua” di essere così presto ed in apparenza definitivamente “dimenticata”?

Come giustamente ha sottolineato il Prof. Poen, si tratta di un’Opera “difficile”. In che senso sia difficile si evince facilmente al primo ascolto: dissonanze, momenti di passaggi di registro su cui la partitura insiste mettendo a dura prova la tecnica dei cantanti, difficoltà di reperire chi possa metterla in scena con adeguati requisiti.

La sottoscritta aggiunge un proprio personale parere: la discontinuità della partitura, che alterna momenti di vera delizia melodica ad asprezze d’inaudita potenza e prevaricazione su tutto il resto, orchestra (pianoforte, in questo caso) compresa. I finali delle frasi sembrano, a volte, appositamente “imprevedibili” e, da parte degli interpreti, occorre studiarli con molta attenzione, perché si rischia di lanciare una nota, accorgersi che non si tratti di quella scritta e modificarla nel corso dell’emissione, con risultati certamente poco gradevoli. La messa in scena di quest’opera richiede da parte dei cantanti e del coro una sicurezza assoluta della parte.

Inoltre il Gastaldon stesso sembra voler “maltrattare”, a tratti, a favore di ciò che fosse in auge a quel tempo e che nel Concorso Sonzogno si ricercasse, quella che appare chiaramente (e che di certo appariva se stesso per primo) come la propria “natura”: l’indole di un musicista che faccia della melodia il perno della propria composizione. Annullando, quasi, la melodia, in alcune parti, o sovrapponendo a questa dissonanze improvvise e sempre apparentemente immotivate, a parere di chi scrive, l’autore crea una specie di puzzle, fatto di melodia sottile e mai sopita, improvvisamente soffocata da momenti di crudo “verismo”, di fasi armoniche alterne non sempre felici nella loro collocazione, cercando di avvicinarsi ad uno “stile” che probabilmente avrebbe richiesto da parte sua un maggiore approfondimento filologico e stilistico, per il raggiungimento di risultati migliori, più brillanti e decisamente più coerenti.

Eppure “Mala Pasqua” non è un’opera che possa dirsi “brutta”: è se stessa, nel bene e nel male…E se vogliamo cercare il bene, lo troviamo: nell’ave Maria, per esempio, o nell’aria di Carmela “Ei mi cantava sotto le finestre”, struggenti, e soprattutto trionfalmente melodiche, come in alcune parti orchestrali, dal timbro di una dolcezza mai stucchevole e che riesce a rapire l’ascoltatore, o, in alcune parti, nelle quali resta l’apparentemente vago, ma in realtà chiaro e robusto sapore di qualche non rara reminiscenza di “Otello” (già dato alle scene nel 1887) o de “la Gioconda”.

Ma, a prescindere da qualsiasi considerazione filologico-musicale o di gusto personale, La Mala Pasqua del XXI secolo ha lasciato spettatori soddisfatti e, ovviamente, organizzatori assai lieti della riuscita dell’evento.

Ben vengano, dunque, gli esploratori dell’Archivio del Tempo, quando i risultati siano questi e, tornando alle proprie case, non pochi spettatori canticchiavano, se non un brano dell’Opera, il ritornello di “Musica proibita”: Stanislao Gastaldon, sia pur ormai abituato a ben altre angeliche melodie, avrà finalmente, per la prima volta, sorriso dall’alto del suo palco fra le nuvole.

 

Inserita il 23 – 06 – 10
Fonte: Natalia Di Bartolo
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TAG: di bartolo gastaldon gallina mala pasqua agrigento teatro opera

 

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