‘BELLISSIMA MARIA’ di Cavosi: il Teatro Moderno dismette i propri ‘modelli’ (I)

 

Che la protagonista dell’Opera teatrale "Bellissima Maria", di Roberto Cavosi, attore, regista e drammaturgo, si chiami proprio in questo modo, allo spettatore attento non può sfuggire: Maria è il nome proprio più diffuso fra le donne, quanto meno in Italia. Chiamare Maria la protagonista significa trascinare in palcoscenico tutte le donne che assistano allo spettacolo e renderle protagoniste. Senza offesa, per chi di loro possa essere personalmente estranea ai fatti della vicenda, ma le pulsioni sono universali: tutte le Donne "sono" in quella Maria, anche le più caste.

Non si vogliono, con questo, asserire incontestabili intrepretazioni del personaggio o ferire la personalità di qualche Maria un po’ suscettibile, ma esprimere quella che la sottoscritta, studiosa ed amante della Classicità greca e delle sue Tragedie ha con estremo interesse rilevato in un testo di oggi , che si pone su un palcoscenico del 2010 con una semplicità disarmante e, nello stesso tempo con un’abilità dialettica, un ritmo delle scene e dei dialoghi ed un’inventiva che non sono copia, ma solo ispirazione e sono capaci di far diventare l’Opera Teatrale "modello" già in sé, distaccandolo quanto basta da altri "modelli", soprattutto da alcuni appartenenti al teatro moderno.

L’attrice Francesca Ardesi, Maria

Maria, un misto fra Giocasta, Clitennestra, e Deianira, che non è la risultanza di nessuna delle tre, ma, che nello stesso tempo le richiama, le fa riemergere dalle brume di un teatro ormai considerato d’elìte e poco frequentato dal grande pubblico, e che, invece, è stato, è e sempre sarà eterno.

L’Opera teatrale del Cavosi si dimostra, così, efficace, nei suoi spunti, e diventa gran teatro nel momento in cui cozza con le nostre anime e le nostre coscienze. Inventiva, quella dell’autore, ammirevole, che avvince fin dalle prime parole della protagonista, la quale esordisce sul proscenio raccontando brevemente la propria storia, colma di metafore.

Soltanto quattro personaggi in scena, e, protagonista, fin dall’inizio, Maria, con l’eterna scena della seduzione femminile, insita in ogni "Donna". Ma verso chi la esercita? Non più verso Rocco, duro come la roccia di cui sono fatti montagne e burroni, l’indifferente marito, ma verso il figliastro Patrizio (nessun nome, qui è scelto a caso), figlio di Rocco, un animo tendenzialmente nobile, in un senso di amore-repulsione reciproco tra la matrigna ed il figliasto, che si rivela poi passione travolgente ed apparentemente incestuosa.

Che tipo è questa Maria che seduce il figliastro riluttante di fronte al marito e ci riesce? Neanche Giocasta osò tanto consapevolmente! E che marito è quello, che, immerso nelle brutture del proprio sporco lavoro d’investigatore privato, da lui stesso definito "guardone", non si cura più di tanto di quanto gli accada intorno, ma solo delle sue foto oscene e della perdita del proprio prezioso esposimetro? Possibile che Agamennone abbia un rivale Oreste per figlio? E chi sarà mai quel giovane dalla lunga chioma, chiamato Massimo, amico del figliastro, che appare e scompare, come una specie di essere soprannaturale? Anche Massimo fa riflettere.

Lo spettatore è incollato alla poltrona, non batte palpebra, intuisce, a tratti, ma subito dopo ecco che la straordinaria capacità dell’autore riesce a sviarlo dalla pista giusta, che deve svelarsi solo alla fine, e continua a non comprendere appieno l’intreccio, che costui interseca con l’abiità consumata del grande scrittore di teatro, con l’ardua arte di tener sospeso l’animo dello spettatore fino all’ultimo, fino alla comparsa, magari, del "Deus ex machina".

"Addirittura – potrebbe obiettare qualcuno – qui si parla di Deus Ex machina! Mica siamo di fronte ad Euripide!?" NO, ovviamente non lo siamo…Ma questo "qualcuno" si è chiesto a che genere di spettacolo ci troviamo di fronte? Un giallo? Assolutamente no; un dramma? Nemmeno. Allora? Un NOIR, lo definisce l’Autore…una Tragedia, secondo chi scrive, che si snoda modernissima sia nel ritmo che nell’ambientazione, che nei fatti che accadono… e che, pure, riesce a non "farsi possedere dal tempo".

Il teatro "fuori dal tempo" è il più difficile da scrivere ed interpretare, il più significativo. Ed ecco che nell’intreccio non si comprendono più questi benedetti "tempi", appunto, si comincia a perderla, questa "cognizione del tempo", che appartene alla realtà. E lo spettatore si spiazza, cercando di ricomporre un puzzle, che invece di chiarirsi, si confonde sempre di più.

Dove siamo? Tre stanze: un atelier ridondante di veli bianchi e neri, con la macchina da cucire della protagonista, sarta e ricamatrice, che troneggia al centro; a sinistra una palestra da boxe dove Patrizio si esercita ed a destra uno studiolo del marito con una scrivania.

La protagonista esordisce specificando con orgoglio di saper eseguire qualsiasi tipo di punto e di ricamo; di aver cucito da sé il proprio abito da sposa. Metafora lampante, mentre la vicenda si dipana, fosca e sensuale: ricamatrice di trame, evidentemente, costei; esecutrice di lunghe, contorte cuciture, raffinata inventrice di intrecci e di punti sofisticati tanto da pungersi le mani con l’ago, purché le riescano. E li ha cuciti ed intreciati per bene i ricami dei propri veli e quelli degli altri, o, almeno, così le pare…Finché non cede alla tensione ed al rimorso e si dibatte, come una baccante, in un velo nero, mentre padre e figlio si contendono a suon di pugni la sua eterna, sensuale bellezza. Amore e sesso s’incrociano, tra Maria ed il marito e Maria ed il figliastro…"Possibile?" s’interroga lo spettatore, che pure sospetta…Ed intanto, a suon di mambo, la sensualità tracima ed investe in pieno il pubblico, che ne rimane come ipnotizzato. Ma il tempo (quale tempo?) si avvia a scadere, come in un round di boxe.

Proseguendo in questo "excursus" da Tragedia greca, se si voglia decidere che Maria sia Giocasta, Clitennestra, Deianira, chi è Patrizio? Patrizio non può essere Oreste, ma potrebbe essere Edipo, uccisore del padre e sposo della madre. Nella tragedia greca, l’esserne ignaro lo assolve, sia pure non con se stesso; qui la consapevolezza ed il senso di colpa lo portano ad un suicidio-omicidio, come si usava tra gli eroi. Basta un pugno catartico e richiesto ed il figliastro muore: ha ucciso lui il padre, spingendolo nel burrone, perché tradiva Maria. E allora si svela chi possa essere Massimo, l’efebo dalle lunghe chiome, colui che uccide Patrizio: può essere Hermes messaggero, colui che mette in guardia, ed insieme Dioniso, protettore e nello stesso tempo dio non solo dell’eros, ma del teatro. Sembra un personaggio secondario, ma, in quest’ottica, potrebbe essere considerato la chiave di volta di tutta la vicenda: Patrizio, dal cuore nobile come il proprio nome, consunto dal rimorso per la morte del padre e per l’aver posseduto la matrigna come in un incesto, muore con un pugno di Dioniso, il Deus ex machina della vicenda.

Ma adesso il tempo (quale tempo?) è finito davvero: è ora che il puzzle si ricomponga. Basta ritrovare in una foto di Rocco l’esposimetro perduto ed il pubblico, finora ignaro, scopre subito dopo che proprio Rocco è morto da lungo tempo, vittima dei vizi dei suoi stessi clienti indagatori: ha tradito Maria ed è finito (egli non sa come) in un burrone, infido e roccioso come lui, portando con sé l’esposimetro. E, infine; cos’è l’esposimetro? Proprio un piccolo macchinario fotografico che però ha un grande compito: quello di leggere la luce per scattare una fotografia ben riuscita. E, ritrovato l’esposimetro, la vicenda si chiarisce definitivamente, i piani spazio-temporali che si sono intersecati, avvincenti ed arcani, s’illuminano della giusta luce, la musica che ha accompagnato e permeato tutta la vicenda continua a risuonare e la Tragedia pare concludersi. Il pubblico, infine, comprende appieno ed applaude senza riserve: Eros e Thanatos, Amore e Morte, come sempre, anche qui…

…E nulla resta nelle mani ferite e sanguinanti della procace, bellissima Maria, la quale vede ribaltato il proprio ruolo: non si è macchiata di alcuna colpa: da colpevole vedova nera che uccide il maschio dopo l’accoppiamento, si rivela quella che è sempre stata: non una tiranna, obnubilata dai sensi, ma una vittima dell’ingiustizia del Fato.

Ha sopportato un marito che la tradiva senza ritegno, lavorando ai propri ricami, così come al proprio abito da sposa; ha rispettato il coniuge traditore fino a rivestirlo sul tavolo dell’obitorio con l’unico abito che aveva cucito con gioia per lui: quello da ballo, unico, sensuale svago e colpevole punto d’incontro della coppia; ha solo amato il figlio del marito già morto, un uomo più giovane di lei: ; e’ stata quindi assai duramente colpita dal Fato di cui sopra, che sempre incombe sulle tragedie.

Adesso, dopo che tutti lo hanno indossato, a turno, potrebbe ben ricoprirsi del velo bianco, che viene trascinato sulla scena pressoché per tutto il tempo: la sua sola colpa è quella di essere "DONNA". E, se come recita la frase dell’autore, che accompagna il titolo: "Ogni tradimento è vissuto come un’ingiustizia, ma l’ingiustizia di sentirsi traditi dalla vita stessa è insopportabile", l’unica cosa che non farà parte della conquistata chiarezza della vicenda, l’unico mistero che la protagonista si concede e che non ci sarà dato conoscere è se, alla fine, la bellissima Maria, allacciata nell’ultimo, sensuale mambo con l’ombra di suo marito Rocco, è morta anch’ella o continua a vivere (cosa assai più probabile), in una, dieci, cento, mille, milioni di altre, identiche "MARIA".

( I ) Segue

Inserita il 23 – 09 – 10
Fonte: Natalia Di Bartolo

 

http://www.teatro.org/rubriche/prosa/bellissima_maria_di_cavosi_il_teatro_moderno_dismette_i_propri_modelli_i_25476 

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